Maurice Taviani

chiesa1.jpg Sono nato in Francia trent’anni fa, partorito da mia mamma nel più avventuroso dei modi. Basti sapere che se mi riuscì di sopravvivere a una setta chiamata ” I Fratelli Neri”, diventando persona e orfano di entrambi i genitori quasi nello stesso momento, lo devo soltanto a Carlo, un anziano edicolante italiano che mi fece da padre, da madre e da maestro, portandomi con sé a Roma.

E  mi diede il suo cognome, che mi porto addosso con orgoglio e nostalgia, da quando lui è morto.

Sono qui da poco più di un mese, spedito di gran fretta dalla diocesi a sostituire il parroco della chiesa di S. Maria alla Fonte, fuggito con una ragazza polacca che aspettava un figlio da lui.

Un incarico per niente facile, perché il mio territorio è nella zona industriale, a ridosso del confine tra Monteselva e Ponte Galvano. Mi hanno raccontato che una volta, da queste parti, si alzava al cielo fumo dalle ciminiere di un’infinità di fabbriche. Poi, a partire dall’inizio degli anni ottanta, arrivò la crisi: un lento declino che portò alla chiusura di parecchie di esse e, di conseguenza, a centinaia e centinaia di licenziamenti.Così, siccome quando viene a mancare la possibilità di guadagnare il pane onestamente, insieme allo spirito di sopravvivenza comincia a emergere dal profondo dell’anima dell’uomo quella disonestà che ci sta comodamente annidata fin dai tempi di Caino, è rapidamente cresciuto il numero di coloro che hanno deciso di usare altri più sbrigativi mezzi per sbarcare il lunario.

E, visto che ormai hanno fatto un passo oltre il confine tra il bene e il male, anche per concedersi qualche vizietto.

C’è sfruttamento della prostituzione tra le vie del quartiere della Fonte.C’è spaccio di droga.Ogni mattina si fa la conta delle macchine rubate e di quelle coi vetri infranti da qualche balordo in cerca di facile bottino.C’è chi ruba, chi stupra, chi ammazza.

Non è una faccenda agevole da sbrigare per un giovane prete che vorrebbe solo svolgere nel migliore dei modi il proprio ruolo di pastore: perché al pascolo, di solito, non si portano certi lupi dagli artigli acuminati e denti lunghi come zanne.

Di pecorelle, più o meno smarrite, ce ne sono comunque tante, e per quello che posso farò di tutto per curarne le anime e alleviare i disagi materiali.Ci sono ragazze da tenere fuori dal letame, bambini da far crescere senza che si corrompano completamente prima ancora di diventare adultigrandi.Ci sono malati e vecchi da incoraggiare, poveri da sostenere, alcolizzati e drogati da recuperare, uomini che, pur avendo già sbagliato, non sono ancora delinquenti incalliti, e che, dopo avere pagato il proprio debito con la legge, hanno bisogno di aiuto e consiglio per non cadere ancora. C’è soprattutto un gran numero di indifferenti da scuotere perché distolgano lo sguardo dal proprio ombelico, per rivolgerlo a chi sta peggio di loro.

Perché c’è sempre chi sta peggio di un altro. Sempre. 

Poi, fatto tutto questo, ci sarebbe da fare anche il prete, no? Dire messa, battezzare, cresimare, sposare… cose così, insomma,In teoria, anzi, proprio questo dovrebbe essere il mio principale compito: far comprendere e fare amare ai miei parrocchiani la Bibbia e il Vangelo, che sono due bestseller fantastici, a metà tra una bella storia d’avventura e un manuale di comportamento che basterebbe seguire neanche troppo alla lettera per assicurarsi una vita serena.

E io lo faccio, naturalmente, ogni giorno, coscienziosamente, anche se…

Anche se, fin dai tempi del seminario, continuo a essere inquieto, perché non riconosco in me quella convinzione assoluta sull’esistenza di Dio e di tutto il resto che pure dovrebbe albergare in un uomo di chiesa. 

Ma poi mi dico che questa sarebbe “certezza”, “conoscenza”, non “fede”.

Invece, almeno per come la vedo io, il credere non è e non deve essere un frutto basso e facile da cogliere dall’albero delle elaborazioni mentali, ma un dono difficile e prezioso, da estrarre dal profondo del cuore, come una pepita dalle viscere della terra.Insomma, il trionfo dell’irrazionalità.

Una lotta continua ed estenuante col dubbio che al tempo stesso ti esalta e ti fa soffrire da star male.

 

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Nota di Patrizio Pacioni:

Maurice Taviani “nasce” nel romanzo DalleTenebre

(edito nel 2001 da Effedue Edizioni) seguito del mio

primo noir Le Lac du Dramont.



1 Commento a “Maurice Taviani”

  1. giuseppina scrive:

    Carissimo Patrizio,
    tu hai una dote incredibile: rendere divertenti anche gli argomenti più seri.Io ho l’umore alla lady Macbeth ,ma leggendoti, devo sorridere per forza.
    Resta così anche nel 2008 ed oltre.
    Grazie
    Giuseppina

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