Gaspare Lo Re (di Carlo Menzinger)

Dicembre 1st, 2007

 Mi chiamo Gaspare. Coi miei quarantatre anni compiuti sono il maggiore di tre fratelli. Con gli altri due, che si chiamano Melchiorre e Baldassare, ho assai poco in comune, a parte una coppia di genitori eterosessuali e i nomi presi in prestito dai re magi.

Una scelta di devozione religiosa, ma anche di abbinamento.

“Con un cognome così…” diceva papà “…ci vuole un nome altrettanto regale.”

“Sì.” rispondeva la mamma. “Ma deve essere un nome cristiano.”

E così ci battezzarono, man mano che venivamo al mondo, come i personaggi del presepe. Chissà cosa sarebbe successo, se uno di noi tre fosse nato femmina? Mah, probabilmente sarebbero entrati in crisi, e non poco.

Comunque sia, all’inizio scegliemmo tutti e tre il Bene: Melchiorre divenne poliziotto, Baldassare si laureò in medicina e io decisi di farmi prete.

Tutto cambia, però.

Così, ora come ora, non mi sembra che il profilo morale dei miei fratelli sia molto più retto del mio: Melchiorre è carico di amanti e di violenza, Baldassare è malato per il gioco d’azzardo.

Però Melchiorre è rimasto un poliziotto. Fuori e dentro, capite cosa intendo? E non fa altro che darmi addosso. Mi disprezza.

Mentre Baldassare è sempre più “dottore”, sempre più “borghese”.

Quanto a me, sono passati ormai dieci anni, avevo l’età in cui Cristo saliva sulla croce, da quando ho gettato alle ortiche la tonaca (peraltro non troppo consunta) e ho deciso di cambiare radicalmente vita.

Non è che la mia sia stata una scelta del tutto personale, per essere sincero. A dirla tutta, la tonaca mi hanno costretto i miei superiori ad abbandonarla per “indegnità”. Come se loro fossero migliori di me! Ma ormai è noto che “Chi è senza peccato scagli la prima pietra.” è un insegnamento che non ha mai attecchito, in questo mondo.

La verità è che qualcuno ha voluto incastrarmi, e c’è riuscito benissimo.

Sono state quelle famiglie di parrocchiani, gente bigotta e dagli orizzonti limitati. Al giorno d’oggi, poi, c’è la mania di vedere mostri dappertutto.

Io a quei bambini gli volevo bene. Davo loro solo un po’ d’affetto, che c’è di male?

Finché non s’è messa di mezzo la stampa e, per un paio di foto innocenti, è scoppiato un mezzo putiferio. I piccoli, evidentemente montati dai genitori, hanno raccontato assurde sconcezze. Certi monellacci sono capaci di inventarsi bugie madornali, non rendendosi conto di quanto possano essere gravi le conseguenze. Ma come prendersela con loro? Sono pur sempre degli innocenti.

No, la colpa è solo ed esclusivamente delle famiglie, di questa nostra società che li fa venire su con le menti malate. Io, comunque, con quei cadaveri trovati nel fiume non ho mai avuto niente a che fare e nessuno ha potuto dimostrare le accuse farneticanti dei genitori contro di me.

Ora faccio il buttafuori in discoteca. Non è un gran locale. Del resto Monteselva è un piccolo centro. La notte vedo certe cose, che se le riferissi a mio fratello… Beh, lasciamo stare! Sul lavoro ho conosciuto Michele e Luca, Il Piazza e Lo Strada, come li chiamano. Non erano colleghi ma venivano lì a divertirsi. Vi spiegherò un’altra volta come si sono guadagnati questi soprannomi. Ora stiamo sempre assieme. Mi vengono a trovare anche mentre lavoro. Hanno un giro di roba che viene dalla Cina. Roba nuova. Molto forte. Mi hanno offerto di lavorare con loro, ma non ho accettato. Non voglio finire nei guai, più di quanto non ci sia già finito. Il Piazza e Lo Strada sono i miei migliori amici, ma frequento ancora Don Francesco, assieme al quale avevo fatto il noviziato.

Lui mi è sempre rimasto vicino, anche quando il resto del mondo mi dava addosso. I miei amici però non li può vedere e vorrebbe che non li frequentassi.

È uno che non si arrende lui, e continua nonostante tutto a cercare di redimermi, povero Donfra. Per fortuna sa fermarsi con le sue prediche sempre un attimo prima che io mi rompa davvero le palle.