Amelia Bianchini (di Renata Maccheroni)

Gennaio 31st, 2008

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Sono ligure da generazioni, pur se contaminata da madre piemontese.  Uno dei pochi peccati che mi porto appresso, per di più di “carattere genetico”,  che fa tanto trendy. 

Avrei cinquantanove anni, però ne ho cinquantatre. Disguidi anagrafici, sommovimenti vari, assenteismo strisciante, burocrazia frenetica hanno fatto il loro sporco lavoro e, chissà come chissà mai, di primavere ne conto sei in meno. Con quello che succede in Italia è il minimo indispensabile per sentirsi cittadini onorevoli.

Vivo in quel di Monteselva da un anno, precisamente da quando mio marito Domingo Barbagelata decise di passare ad altra vita, se migliore o peggiore non è mai tornato indietro a riferirlo, ma questo è un suo tipico difetto, preferisce morire piuttosto che dare una soddisfazione. Soprattutto a me, moglie fedele nei limiti del possibile.

Insomma, un mese dopo la dipartita del Mingo, mi ritrovai in eredità un piccolo appartamento sito non troppo lontano dal centro di questa (amena?) cittadina che, in confidenza, non avevo mai sentita nominare in precedenza.

Però, siccome le mie frequentazioni vagavano su Montecarlo, potei tranquillamente affermare che metà paese lo conoscevo già (ah! ah!) e non ebbi difficoltà a portare qui i quattro stracci rimasti, ché i vizietti del mio consorte non si contavano più e la sottoscritta non arrivava alla quarta settimana del mese ben prima dell’insediamento di tal Romano da Bologna.

Sì, si era mangiato tutto il resto, il Mingo, dal verde dei tavoli da gioco a quello delle mie tasche, sicché tutto ciò che è rimasto è questa casetta di cui ho avuto notizia solo post mortem di quel gabibbo di mio marito e un emolumento Inps che mi consente di mantenere il fisico snello e asciutto senza neppure bisogno di ricorrere a un personal trainer.

Qui a Monteselva non ho parenti, e neanche altrove, per dire la verità: un’anziana cugina del defunto è anche lei ita da un bel pezzo e di altri consanguinei -dal primo al diciottesimo grado- non ho notizia alcuna.

In un anno poche le amicizie strette, sempre che di autentiche amicizie si possa parlare. Dato il pessimo stato di conservazione dei tubi di scarico l’Aleramo era venuto in casa più d’una volta a vantare le proprie abilità d’idraulico. È un uomo piacente, Raimondo, poi a me m’ha subito fascinato il cognome: come la Sibilla, che a me di chiamarmi Sibilla Aleramo mi sarebbe piaciuto davvero tanto, chiedendo scusa al mio povero papà.

 Recandomi qualche volta al Bar della Lisa mi capita di scambiare due parole con Carolina, la sarta. Tipo svelto, tutta nervi. Lei e Lisa Martini, la proprietaria del bar, costituiscono un vero e proprio archivio vivente della cittadina, al confronto il Mossad pare roba da dilettanti.

Quindi se si vuole (del tutto innocentemente, per carità) acquisire informazioni su questo e quello, basta andare lì a gustare una cioccolata calda, per scaldarsi un poco, come facevamo sapere a chi ci guardava di sguincio il tredici d’agosto.

Lisa asserisce che sono una bella donna e, a darmi da fare, ci guadagnerei un retraité di tutto rispetto per una convivenza serena e appagante.

“Bella Bambina…” le rispondo ogni volta.

“…a lavar mutande e asciugare nasi gocciolanti c’è sempre tempo: per adesso Amelia pensa solo a spassarsela un po’.”

 Perché mica si occupa solo dei rubinetti, il Raimondo. E poi non è mica l’unico uomo della zona.  Discrezione, discrezione e ancora discrezione, questo il segreto. 

Comunque, dal mio metro e settanta di statura per sessanta chili di peso, chioma corta a riflessi rossicci, non proprio naturale devo ammettere, ma un aiutino a madre natura si deve pur dare, occhi color marrone e le cosine ancora al loro posto nonostante quella data sulla carta d’identità che gli equilibrismi meglio di una delle Orfei mi tocca fare per non mostrarla, nonostante mi porto ancora bene. E gli argomenti non mi mancano.

Il mio carattere è ligure, a tratti spigoloso come i pini modellati dal vento, a volte docile come le onde quando riposano a riva; battagliero ché non amo gli ipocriti e comprensivo, perché tutti abbiamo i nostri difetti e guai a non cercare di comprendere quelli altrui.

 Cosa mi manca? Il mare, naturalmente.

Lo cerco ogni volta che apro la finestra.

 Ma la vita questo ha offerto e io ho preso: un tetto sulla testa ce l’ho e, al giorno d’oggi (come a quello di ieri) non è mica roba da sputarci sopra.

Angeli in camice bianco a Monteselva

Gennaio 30th, 2008

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Dalle ore 20 del 1 febbraio, grazie all’impegno dei M.V.I. (Medici Volontari Italiani) arriverà in Via dell’Industria, periferia nord-ovest di Monteselva, una unità mobile di soccorso: si tratta di un camper attrezzato che stazionerà davanti alla vecchia fabbrica di ceramiche della SIFACE SpA dalle 21 alle 23, cinque giorni alla settimana per tutto l’anno.

L’obiettivo dichiarato è quello di assicurare assistenza medica ai numerosi emarginati che hanno eletto i fatiscenti spazi del capannone dismesso a propria precaria dimora, nonché all’eterogeneo “popolo della” notte che svolge un’intensa quanto oscura attività negli immediati dintorni.

In questo servizio (che farà base all’Ospedale S. Martino - dove saranno indirizzati i casi bisognosi di cure più approfondite e specialistiche) saranno impegnati, su turni, 10 medici, 8 infermieri, 12 autisti.

Il Direttore Generale C. Cageri, all’uscita dell’ultimo consiglio direttivo tenutosi ieri a Milano, mi ha rilasciato la seguente dichiarazione: 

I M.V.I. non potevano lasciare cadere nel vuoto l’appello che è stato lanciato all’Associazione da autorevoli cittadini di Monteselva. Quindi, nonostante la persistente carenza di mezzi, che ci costringerà a utilizzare per il nuovo presidio un’unità mobile di vecchia generazione, preso atto dell’urgenza dettata dalla situazione di grave degrado della zona che ci è stata segnalata, abbiamo deciso di varare un adeguato piano operativo. Come responsabile dell’operazione è stato designato il dott. Giusi Lobezio, che ha già maturato una significativa esperienza sul campo. Con lui collaboreranno i dottori Beppe Bottega e Samuele Zani. Gli altri medici che li affiancheranno, unitamente a infermieri e autisti, saranno invece scelti tra i nominativi resisi disponibili in loco.

Come se ciò non bastasse sembra inoltre che, in un più o meno prossimo futuro, sulla scia di quanto già realizzato dalla stessa Associazione a Milano e una volta individuato il sito più idoneo,  potrebbe essere attivato sulla Unità Mobile anche un servizio suppletivo diurno di medicina di base, con periodicità e orari ancora da stabilire.

Mi auguro di vero cuore che tutti i cittadini di Monteselva sapranno far sentire nel migliore dei modi ai medici M.V.I. tutta la propria gratitudine per il loro impegno e non fare mancare un generoso sostegno.Per informazioni più dettagliate sull’attività di M.V.I. in Italia e nel mondo,  e per i modi migliori di contribuire alle sue molteplici iniziative, visitate il sito

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Diana De Rossi per T.R.F.  

Domenicale del 27 gennaio 2008

Gennaio 27th, 2008

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“Vi esorto, fratelli, per il nome del signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice:

-Io sono di Paolo.-

-Io invece sono di Apollo.-

-Io invece di Cefa.-

-E io di Cristo.-

Ma… è forse diviso il Cristo?

(dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1,10-13)

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Quanta sconvolgente attualità nelle parole di Paolo.

 L’interesse particolare che annacqua e corrompe quello che dovrebbe essere l’interesse generale. La discordia e la competizione a ogni costo, male piante che allignano nel privato e nel pubblico.

E invece l’apostolo ci ricorda che per compiere grandi imprese (com’era quella di diffondere nel mondo la Lieta Novella) occorre la massima coesione.

La dedizione al bene comune.

La modestia.

 

Quanta tristezza nell’assistere a cià che si sta verificando proprio in questi giorni nel nostro stesso Paese. 

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Risse nel Parlamento italiano (immagini dalla Rete)

In una situazione di gravissima crisi morale ed economica quelli che sono (o dovrebbero cercare di essere) i rappresentanti del popolo, anche nelle sedi più prestigiose delle istituzioni, non fanno che accapigliarsi, insultarsi, strepitare l’uno contro l’altro.

Mentre venivano portati al macello i capponi di Renzo non facevano altro che beccarsi.

Ci fa pensare a qualcosa questo esempio letterario?

Nel corso della settimana, tra le altre intenzioni, raccomando di pregare che il Signore illumini le menti degli uomini politici impegnati a risolvere la crisi di governo: perché lo facciano, se possibile, nel più efficace e degno dei modi .

 Maurice Taviani - Parroco di S. Maria alla Fonte 

Un Leone a cena e in scena

Gennaio 27th, 2008

pollastro-240108-bs-010.jpg Patrizio Pacioni (alias Leonardo Cardona) con le “presunte omicide”

   Che fosse un ottimo investigatore (con tutti i casi che ha risolto!) si sapeva già. Così come si conoscevano l’abilità di narratore e la tecnica di scrittura di Patrizio Pacioni, lo scrittore che ne sta romanzando le imprese.Ma adesso, dopo la serata bresciana tenuta la sera del 24 gennaio nel caratteristico ristorante “La Corte dei Miracoli” con la rappresentazione de “Il pollastro si mangia con le mani” (allegro enigma giallo costruito e diretto dallo stesso Pacioni e interpretato dalla Compagnia delle “Impronte”) è ormai definiivamente provata la capacità del nostro commissario di attirare l’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

Un risultato che è stato brillantemente raggiunto per diversi motivi: dalla singolarità di un personaggio interpretato da colui che ne narra le avventure, alla particolare atmosfera che si crea con il coinvolgimento nella rappresentazione teatrale degli spettatori/commensali, per finire con l’ottima cucina del locale che ospita l’evento e con la cordiale simpatia del personale addetto ai tavoli. 

pollastro-240108-bs-017-junior.jpg  Una veduta dell’Osteria Corte dei Miracoli di Brescia durante la rappresentazione de “Il pollastro si mangia con le mani”

Insomma, Leonardo Cardona, attraverso il personaggio che a lui è ispirato, come ambasciatore di Monteselva in Italia e nel mondo, e per chi volesse trascorrere una serata originale e divertente in un’atmosfera rilassata, ancora due occasioni (giovedì 21 febbraio e giovedì 27 marzo) ancora alla  

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Via Marsala, 58 - Bresciatel. 3358766368 - 0302943681

 info@osterialacortedeimiracoli.net

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Non vorrete mancare proprio voi, vero?

Diana De Rossi

Una luce nella notte

Gennaio 20th, 2008

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Era parecchio tempo che la polizia ferroviaria di servizio alla stazione di Piacenza mi segnalava il quotidiano andirivieni di un certo Azouz Abdul, ventisei anni, cittadino italiano in quanto marito di tale Alice Persiani, che di anni nel settembre 2004, al momento delle nozze, ne aveva settantaquattro.

Un conteggio che per la sposina si è poi fermato nel giugno 2005, purtroppo: la causa del sopravvenuto decesso un cancro alle ovaie che le era stato diagnosticato qualche mese prima del matrimonio.

Davvero un bizzarro regalo di nozze, a pensarci bene.

Comunque, dopo essersi sciroppato anche lui una settimana di seconda classe tra la stazione di Piacenza e Milano Centrale con partenza col primo treno del mattino e rientro con l’ultimo della notte, il buon Gargiulo mi si è presentato in ufficio dicendo che si era rotto le palle di fare il pendolare, anche perché…

-Commissà, non ci vuole il mago che legge le carte per capire il mestiere che fa quel beduino.-

-E cioè?-

 -Chillu malamente fa il piccione viaggiatore della polvere bianca, il cavallo “da tiro”, o se preferisce un termine più professionale… il pusher.-

-Spiegati meglio.-

-La mattina, appena arrivato a Milano, s’accatta ‘nu cafè a uno dei bar che ci stanno lì…-

-Sintesi, Gaetano, sintesi.-

-E mi faccia finire, dottò.-

-Vai avanti, allora, svelto.-

-Un altro fetente comm’a lui si prende ‘o cafè allo stesso bar. E già che c’è gli consegna due bei sacchetti di neve: uno da smerciare nei giardinetti della piazza, l’altro da riportarsi dietro in treno la sera, per il mercato di Piacenza e dintorni, Monteselva compresa.-

Non avevo ancora finito di parlare che già stavo componendo il numero del mio amico Michele Lusardi, della questura di Milano. Gli ho spiegato la situazione e, in un amen, abbiamo organizzato una bella pesca a strascico.

Così, quarantotto ore più tardi, a fare compagnia al caro Azouz su quella specie di carrozzone che le Ferrovie dello Stato si ostinano a chiamare “treno” eravamo in due: io e Gaetano Gargiulo.    E gli abbiamo fatto compagnia tutto il giorno, sorvegliandolo discretamente, mentre i colleghi di Milano fotografavano tutti i balordi che prendevano contatto con lui, per fare un fascio da cui divideranno poi i tossici e i sotto-spacciatori.

Quando ha finito la prima valigetta di campionario gli uomini di Lusardi lo hanno preso e impacchettato come si deve, già pronto per San Vittore, mentre i miei chiudevano la rete giù a casa..

Io e Gaetano abbiamo deciso che prima di tornarcene a casa sarebbe stato simpatico bere un caffé, ma in un bar fuori della Centrale, per evitare di assistere a qualche altra porcheria. L’amico Michele, naturalmente,  s’è offerto di accompagnarci e di pagarcelo lui.

È stato mentre tornavamo dentro per imbarcarci sul treno di ritorno, che abbiamo visto quell’autoambulanza ferma proprio fuori della stazione.

 -Di che si tratterà? Di un accoltellamento? Una signora che si è fratturata durante uno scippo? Un tentativo di violenza? Un tossico che ha sbagliato dose?-    ha chiesto Gaetano.

-Niente di tutto questo.- gli ha subito risposto Lusardi.

-È la postazione di quei matti dei Medici Volontari Italiani.- ha aggiunto subito dopo.

-Medici… cosa? E che ci fanno lì, se non c’è nessuno da soccorrere?- ha insistito Gargiulo, che è più curioso di una scimmia.

-Stanno lì per essere un punto di riferimento per tutti coloro che non hanno altra possibilità di essere assistiti.- ha cominciato a spiegargli il collega come se stesse snocciolando giù una lezione di scuola.

-Immigrati clandestini, vagabondi, alcolizzati, prostitute, drogati. Visitano chi ne ha bisogno e glielo chiede. Poi, se riescono a fare qualcosa con le medicine che si portano dietro, bene, altrimenti li indirizzano in qualche struttura attrezzata.-

-E quanto si prendono per fare ’sto mestiere?- ha domandato ancora Gaetano.

-Un cazzo di niente. Sono tutti volontari. E l’associazione non si limita a questo: lavorano anche all’estero, dedicandosi all’assistenza delle popolazioni dei paesi poveri: sono in Rwuanda, Tanzania, Costa d’Avorio, Madagascar. Per non parlare di quanto s’adoperano per i bambini abbandonati romeni e per i piccoli ammalati di fibrosi cistica in Russia… Pensa che il loro motto è “I diritti dei più deboli sono diritti forti“.- ha concluso, mentre il buon Gaetano lo fissava con gli occhi talmente spalancati che sembravano quelli di un gufo.

-E, lavorando in un simile ambiente…- s’è informato ancora il mio “braccio destro”, accennando al piazzale della stazione che intanto si andava popolando di una fauna francamente piuttosto insolita e inquietante.

-Per quanto possa sembravi strano…- ha prontamente dichiarato Lusardi.

-Non hanno subito mai un’aggressione. Come quell’antica storia di quel tizio che toglieva la spina dalla zampa del leone, ricordate?-

Io ricordavo, ma Gargiulo no.Non è quello che si può definire un intellettuale, né mai lo sarà, probabilmente. Però è un uomo semplice dotato di una certa sensibile intelligenza, a dispetto della mole e dell’aspetto.Così, per tutto il viaggio in treno non ha fatto altro che dirmi quanto l’aveva colpito quella faccenda e che, se davvero gli volevo bene, dovevo assolutamente raccontare qui sul mio blog questa storia e fare un po’ di pubblicità a quei bravi dottori.

Può darsi che siano dei pazzi, ma non sono certo incoscienti.

E allora, si può sapere cosa aspettate a dare loro una mano?

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 Medici Volontari Italiani, oltre a professionisti della salute e della gestione logistica dei progetti di cooperazione, cerca anche cittadini attivi che, pur senza avere professionalità specifiche, abbiano la voglia di impegnarsi direttamente nello sviluppo dell’associazione organizzando banchetti informativi, raccolte fondi, eventi, ecc.

Sappiate inoltre che:

-         hanno  urgente BISOGNO di medici volontari per medicina generale, pediatria e ginecologia;-         per ottenere risultati col minimo sforzo parlate di loro a familiari, amici e colleghi; invitateli a visitare il loro sito e a conoscere le loro iniziative.

-    con un semplice Passaparola si riesce a ottenere risultati col minimo sforzo: parlate di loro a familiari, amici e colleghi; invitateli a visitare il sito e a conoscere le iniziative dell’associazione.

- è possibile aiutarli economicamente, oltre che con donazioni, lasciti e quant’altro, destinando a loro il 5 per mille dell’ IRPEF. Ai sensi della Legge Finanziaria 23/12/2005 N° 266 - Art. 1 - Comma 337 è possibile, VOLONTARIAMENTE E SENZA ALCUN AGGRAVIO, indicare nella Dichiarazione dei Redditi (Mod. Unico 2006 o Mod. 730) il Codice Fiscale delle ONLUS a cui devolvere il 5°/°° dell’IRPEF. Il Codice Fiscale di MVI da indicare è: 97232580155

 Insomma:  

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Medici Volontari Italiani Onlus
Via Bambaia 10, 20131 Milano

Tel. (02) 289 70 226

posta@medicivolontariitaliani.org

Domenicale del 20 gennaio 2008

Gennaio 20th, 2008

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“Non è sufficiente che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre in patria i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, affinché tu possa portare  la mia salvezza fino all’estremità della terra.”  

(dal Libro del profeta Isaia 49,3.6)   isaia-michelangelo.jpg

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La tentazione è alzare lo sguardo al cielo e chiedere:

-Ho già fatto tanto, Signore, perché adesso non ti basta più?- 

Invece no. Ma non si tratta di “credere, obbedire, combattere”, come (da quando mondo è mondo)  i tiranni della Terra vorrebbero si comportassero i propri sudditi.All’Amore Divino si aderisce spontaneamente e con entusiasmo e, una volta fatta la scelta, si va avanti senza più nascondersi.

Insomma, “Sia fatta la volontà di Dio” non è un’affermazione di rassegnato fatalismo, ma totale fiducia nei disegni dell’Altissimo e nel fatto che, più alto è il sacrificio che ci sarà richiesto, più preziosa sarà la nostra soddisfazione e la nostra ricompensa.

Insegnamenti religiosi che -come spesso accade- finiscono col coincidere con indicazioni di vita più laiche,  valide cioè anche per chi non crede: quando si dispone di ”talenti” si può e si deve metterli a disposizione della comunità e, per ottenere maggiore soddisfazione dai nostri comportamenti, può tornare utile abituarsi a pensare in grande, superando i ristretti e soffocanti orizzonti del risultato immediato.

Maurice Taviani - Parroco di Santa Maria alla Fonte

Un sudicio apologo

Gennaio 15th, 2008

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Mettiamo il caso che in un appartamento qualsiasi di un qualsiasi condominio in un quartiere qualsiasi di una qualsiasi città si intasi il tubo di scarico di un water. 

Mettiamo che l’esperto artigiano incaricato da sempre della manutenzione dell’impianto idraulico dello stabile abbia già segnalato più volte che all’interno x della scala y le condizioni delle tubature e dei giunti relativi proprio a quello scarico, chissà perché, si è deteriorata più che altrove, e che sarebbe opportuno, per non dire urgente, eseguire complessi lavori di manutenzione. 

Mettiamo che né l’amministratore del condominio, né il proprietario dell’appartamento gli abbiano mai prestato ascolto: il primo preferendo impiegare le modeste disponibilità del condominio per riverniciare un cornicione scolorito dal tempo e dalle intemperie, il secondo optando per investire la sommetta che tiene sul conto in banca in un bel viaggio a Parigi o nell’acquisto di un nuovo tv color. 

Mettiamo che il giorno tale del mese talaltro, all’improvviso la tazza del water si intasi, rendendo così praticamente impossibile il deflusso nelle fogne di ciò che, per destinazione d’uso, di solito colà si deve riversare, materiale ignobile di cui per decenza non facciamo qui né il nome né il cognome. 

Mettiamo che il saggio idraulico di cui sopra, richiamato d’urgenza, dopo un rapido quanto approfondito sopralluogo, sentenzi irrevocabilmente che il danno ormai si è talmente esteso e aggravato che gli viene ormai impossibile solo pensare a una riparazione, e che per sistemare il problema bisognerà rifare praticamente daccapo l’impianto, con spesa non indifferente e -ahimé- diversi giorni necessari all’intervento. 

Mettiamo che, dopo avere stoicamente resistito al crescente schifo e all’ormai insopportabile puzzo, il già nominato proprietario dell’appartamento inquinato e i di lui famigliari si rechino in processione, invocando soccorso, dal predetto amministratore. Il quale, intenerito per la loro sorte, e atterrito per le possibili conseguenze dell’incidente, convoca l’assemblea e, a maggioranza non qualificata, ottenga l’approvazione di una mozione di questo tipo: 

 Attraverso l’utilizzo di secchi e secchielli i liquami non adeguatamente smaltiti dalla famiglia “A” vengano assegnati pro-quota un po’ alla famiglia “C”, un po’ alla famiglia “F” e un po’ alla famiglia “Z”. Inoltre i componenti della disastrata famiglia “A” potranno, sino a quando l’emergenza non sarà superata, accedere ai locali di dette altre famiglie per il disbrigo dei quotidiani bisognini. La scelta, presa a maggioranza non qualificata, affonda le radici nella circostanza che i proprietari degli appartamenti gravati di servitù obbligatoria, sono gli unici che, rinunciando magari a una vacanza o au televisore al plasma, e sacrificando qualche metro quadro al salone e qualcun altro a una camera da letto, si sono dotati di doppio servizio. 

Bene, se ipotizziamo tutto ciò, sarebbe poi così esecrabile la reazione risentita del ragionier Carlo Cecchetto (della famiglia “C”) del geometra Francesco Forte (famiglia “F”) e Zefferino Zoirzi (famiglia “Z”) e dei loro numerosi conviventi?

Sarebbe così bizzarro che questi signori si incazzino almeno un po’, rifiutandosi di aprire la porta a chicchessia, almeno finché disporranno di adeguate scorte alimentari? 

Vi fa venire in mente qualcosa, questa storiella?

No?

Ma non lo vedete mail il tg della sera?

Vabbè, allora vi aiuto io: provate a mettere la parola “discariche” al posto di “water” e la parola “mondezza” al  posto di “bisognini” , magari anche “regioni” al posto di “appartamenti” e/o “famiglie“, e  poi… 

… e poi meditate, gente, meditate!

Cristina Canali per Historica

Domenicale del 13 gennaio 2008

Gennaio 13th, 2008

croce-4.jpg       “ … Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare. Giovanni però, che era restio a farlo, gli disse: -Sono io ad avere bisogno di essere battezzato da te. Come mai invece vieni tu da me?-

(Matteo 3, 13-14)

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Mai forse, come in queste poche righe del Vangelo, emerge l’assoluta imperscrutabilità dei disegni divini, insieme alla pressoché totale inadeguatezza del metro di giudizio umano.

Anche Giovanni il Battista, che pure è un gigante, diventa un bambino smarrito di fronte alla volontà di Dio.

Una volontà che si manifesta all’improvviso, con irruenza, spesso in modo apparentemente assurdo, contraddittorio rispetto alle nostre convinzioni.

Alle nostre razionali e ragionevoli quanto piccole sicurezze.

E allora, di fronte all’ondata di piena, non resta che ascoltare, senza ribattere, senza perdersi in elucubrazioni mentali, senza affannarsi a costruire inutili argini.

Abbandonandosi a quella corrente che, pur se a volte può apparire spaventosa, alla fine, certamente, ci deporrà dolcemente nel più sicuro e ameno degli approdi.

Maurice Taviani - Parroco di Santa Maria alla Fonte

Sportello per il pubblico

Gennaio 12th, 2008

sportello-reclami.JPG    ATTENZIONE: Questa sezione è riservata esclusivamente (oltre che  alle nostre comunicazioni di servizio)  alle vostre richieste,  ai vostri suggerimenti e alle vostre eventuali critiche circa la gestione del blog, cui si cercherà di rispondere sempre con la massima tempestività.

PRO MEMORIA:  Si ricorda che, per richiedere la cittadinanza di Monteselva attraverso i personaggi creati, si possono seguire (indifferentemente) queste due comodissime procedure: 

A)     inserire la auto-presentazione della propria “creatura” con un semplice “commento” a uno degli articoli pubblicati; 

 B)     mandare il testo ai seguenti indirizzi di posta elettronica, con una semplice e-mail, nel corpo della stessa o in allegato word, né più né meno si trattasse di un racconto:

  info@patriziopacioni.it   (preferibilmente)

oppure:

cristinacanali@hotmail.it

dianaderossi@hotmail.it 

Giampiero Borghi (Bomber) - di Mario Pirani

Gennaio 11th, 2008

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Il mio nome è Giampiero Borghi ma tutti mi chiamano Bomber. 

Ero già Bomber quando avevo dieci anni ed ero l’unico della mia età che riusciva a fare gol da fuori area. Non c’era un bambino più alto, bello e fatto bene di me in tutta Monteselva.

E, a parere di tante, non ce ne sono neppure adesso. 

Allenatori incompetenti e sfigati hanno boicottato la mia carriera di calciatore. A quindici anni giocavo nelle giovanili del Parma, da ala sinistra, e avevo già tutte le doti dell’attaccante di razza: dribbling, potenza, tiro e senso del goal.Roba che in Italia non si vede dai tempi di Tony Musante.Sembravo Stoickhov, il bulgaro, quello che poi è venuto a Parma anche lui.

Peccato che non a tutti andasse poi così a genio che avessi tanti ammiratori, sia nello spogliatoio che tra il pubblico che seguiva la squadra. Il coro era sempre quello: “Bomber facci sognare”, e al mister non se lo cagava più nessuno nemmeno di striscio.

Allora cominciò a menarla che ero lento e non facevo vita da atleta, e a mettermi i bastoni tra le ruote, facendomi mettere le radici in panchina.Ma a giocare fino in Interregionale ci sono arrivato lo stesso e anche adesso, alla bella età di trentadue anni, sono pur sempre il capitano del Monteselva in seconda categoria e alleno la squadra esordienti.  

Bella roba, me che non porta abbastanza soldi da farmi campare come dico io.

E allora ogni mattina mi alzo di buonora,  prendo il pick-up e vado a raccogliere i marocchini per portarli a lavorare sui cantieri dell’azienda edile dei miei, la Fratelli Borghi Costruzioni esserrelle. Poi, dopo che ho smollato giù gli Africa Bambata, comincio i giri per la ditta: uffici, posta, commercialista, cazzi vari. 

Già che sono fuori approfitto anche per farmi il tour delle commesse dei negozi del centro: ci sono alcune fighette giovani-giovani che potrebbero benissimo fare la televisione, senza scherzi, e il vecchio Bomber è sempre un rapace da preda.

Ora come ora ne ho fra le zampe quattro o cinque, ma l’istinto del gol mi spinge verso una in particolare: mora, tette da paura, con gli occhiali che le danno un’aria da intellettuale e un nonsoché di misterioso che me lo fa tirare da matti. 

Al pomeriggio, se non ho niente da fare, vado in azienda e controllo che tutto vada via liscio, che gli impiegati non stiano troppo tempo a menarsi il torrone alla macchinetta del caffé, o a fumare nei cessi.

Poi vado in direzione a imparare quel che c’è da imparare, perché mio padre e mio zio cominciano ad essere vecchi e prima o poi, volente o nolente, il Bomber dovrà accomodarsi nella Stanza dei Bottoni. 

Oggi però mi sento le palle girate. Me le ha ribaltatate stamattina al bar il Ravelli, quando all’improvviso se n’è uscito con quella storia che io sarei un bamboccione.Che cazzo voleva dire?Non l’ho vedevo da un casino di tempo, quel povero sfigato, al punto che manco mi ricordavo neanche più che esistesse.

Entro nel Braccio di Ferro alle dieci in punto, come ogni santo giorno, coi succhi gastrici in fermento solo ad annusare il profumo delle brioches.

“Ciao Enzo”  dico, alzando il braccio per salutare Enzo il barista.A quel punto vedo il tizio appoggiato al bancone, davanti a una tazza di cappuccino a metà. È  pelato, alto e magro, e indossa un cappotto nero lungo fino ai piedi.

“Bomber!”; mi dice, regalandomi un sorriso a quarantotto denti.  Io alzo il muso per salutarlo e intanto penso

“Ma chi è, ’sto qui?”

Poi mi viene incontro e sembra voglia abbracciarmi, ma per fortuna non lo fa, e quando ce l’ho a trenta centimetri lo riconosco.

Ma certo che è lui, Rico Ravelli, il secchione che alle medie mi faceva copiare i compiti e che non si vedeva in giro per Monteselva da duecento milioni di anni.Insiste per offrirmi la colazione e comincia a raccontarmi tutto contento che è venuto al paese a trovare sua mamma per Natale e che lui adesso vive a Parma, è sposato, ha un bambino e fa il commercialista.

“Che culo!”  penso io. Poi, siccome mi ha smosso la curiosità e voglio sapene di più, decido di dargli corda. Gli tiro una ghega amichevole sulla spalla e faccio:

“Figlio di buona donna! E così hai trovato il modo di metterglielo in quel posto a tutti, eh? Commercialista, niente meno: quando avrò bisogno per l’azienda stai sicuro che ti chiamerò.”

Lui allora sorride e mi chiede come mi va e io gli dico la verità, cioè che va bene, molto bene: aiuto mio padre a gestire l’azienda e presto il vecchio me ne intesterà un pezzo, così facciamo due società diverse e fottiamo il governo e il fisco, che non pensano ad altro che a rovinare la gente che lavora.

“Tu le conosci meglio di me queste cose.” gli dico.  Lui scuce un ghigno e fa di sì con la testa.

“In più sono capitano del Monteselva, e…”

Lascio in sospeso la frase, come fanno gli attori nei film.

“… e poi c’è la figa.”   aggiungo poi.

“Non me ne è mai capitata tanta come in questi ultimi tempi: dai diciotto ai quaranta, tutte dietro al vecchio Bomber. Come una volta. A te invece, ti tira ancora?”

A quel punto il Ravelli mi si pianta come un abete, con lo sguardo fisso sul pavimento del Braccio di ferro, sporco di pedate e briciole di brioche.

“Bomber, ti ho detto che sono sposato.”   borbotta tra i denti, come se fosse una scusa, e in quel momento lì capisco perché prima ci ho messo tutto quel tempo a riconoscerlo: è stato perché mi ha guardato in faccia, e lui, una volta era uno di quelli che non lo faceva mai, non con me almeno.

Sempre a capo chino e a voce bassa, perché quel povero stronzo per il Bomber, allora aveva un rispetto totale.

Poi si scuote e tira su la capa pelata.

“E abiti ancora con la Bianchina e l’Osvaldo?”  mi chiede.

La Bianchina e l’Osvaldo sono mia mamma e mio papà, per chi non lo sapesse.

“Certo.”  rispondo io.

“Con chi altro dovrei abitare?”

“Grande Bomber!”  esclama allora lui, visto che non sa più cosa dire.   Poi bofonchia che deve andare non so dove, che è stato un piacere incontrarmi e gira sui tacchi per andarsene fuori dalle palle.

Però, mentre tiene la porta a vetri per la maniglia, all’improvviso si volta e mi guarda in faccia.

“Ho sempre pensato che tu fossi l’emblema dei famosi bamboccioni.”

E se la fila via, speriamo per sempre.   Io e Enzo, il barista, ci guardiamo in faccia allibiti.

“E’sempre stato un gran testa di cazzo. Col passare degli anni è diventato una testa di cazzo pelata.”   commento, ma è come uno sputo di bile in un prato.

Perché, anche se non so cosa abbia voluto dire esattamente Ravelli con quelle sue ultime parole di merda, ho capito che mi ha preso per il culo, e alla grande, per giunta.  Una cosa che non mi piace.

“Perché poi?”   mi domando.

“È stato per via dell’invidia.” mi rispondo da solo.

Come il vecchio mister di quando giocavo nel Parma, e quelli delle squadre che sono venute dopo: ma è colpa mia se loro sono dei viscidi perdenti e io invece stasera uscirò con la più bella gnocca di Monteselva? 

E poi, cosa diavolo è questa storia del bamboccione?