Michele Loiacono (di Barbara Gozzi)

Gennaio 5th, 2008

Mi chiamo Michele (Loiacono di cognome ma non lo uso mai, semmai lo tirerò fuori per il necrologio).

La mia passione sono i bambini, le patologie, le fasi evolutive, lo studio dei fattori ambientali, dell’emotività e dei potenziali.

Calmi, non è come pensate. Faccio il pediatra. Mi piace occuparmi dei piccoli, analizzarli, capirli, aiutarli, tutto qui. Ciò che accade nei primi anni di crescita rimane indelebile nella mente e nel cuore dell’individuo per tutta la vita. E mi fa stare bene sapere di aver contribuito, in un qualche modo a questa crescita difficoltosa (magari con una benda, uno sciroppo o una lastra).

Non credo però che diventerò mai padre. Ho trentotto anni e vivo solo. Non è tanto per il fattore ‘donne’, tutt’altro. Sono io che non credo di volerlo fare, il padre.

Gli adulti sono i responsabili delle cicatrici più profonde, piene di pus e grinze che i bambini si portano dietro per sempre (da piccoli ma soprattutto quando ormai sono indipendenti). Ogni gesto, urlo, comportamento, frase, tutto insomma, viene registrato dalle testoline laboriose e non si può mai sapere come andrà a finire.Intanto cerco di curarli.

Sono un tipo preciso, puntiglioso, detesto sbagliare, per questo non lascio mai niente di intentato. Studio sempre, ordino nuovi libri on line ogni mese e mi consulto coi colleghi dell’università. Siamo una bella squadra, tutto considerato, non ci vediamo mai ma abbiamo risolto molti casi clinici unendo le forze.

Non mi piace la routine, anzi no, la detesto. Non ho mai avuto orari precisi tranne all’ambulatorio. Per il resto vivo come mi va, rispetto gli altri ma me ne frego dei giudizi, le imposizioni sociali e le mode. Se mi alzo presto la mattina corro mezz’ora, mi rilassa.

Da ragazzino ero un discreto nuotatore, mia madre mi portava tre volte a settimana, non potevo lamentarmi. I miei gestivano un negozio di alimentari in centro a Bologna, una tipica drogheria d’altri tempi dopo il latte guardava le fatte biscottate che dividevano il ripiano con i grissini; accanto al frigorifero, invece, si nascondevano i detersivi più comuni. Era un bel posto. Ci passavo interi pomeriggi. Fingevo di fare i compiti, in realtà seguivo la gente per strada, ascoltavo le clienti. Mio padre si arrabbiava spesso con me, diceva che non era normale fissare così le persone, notare i dettagli, ricordare particolari e azzeccare caratteri. Non era normale per un uomo, sia chiaro. Alla fine ha smesso di farsi venire la gastrite.

Io sono così, non c’è niente da fare. Se non seguo quello che mi succede intorno mi annoio.

Vorrei trasferirmi a Monteselva. Mi piace il posto, sembra tranquillo. Sono fuggito da Bologna cinque anni fa perché non sopportavo più il grigio, lo smog, le multe e la gente. Ce n’è troppa, ovunque e si finisce per litigare per niente. Ho bisogno dei miei spazi, di non dovermi preoccupare se carico la lavatrice alle tre di notte (anche perché, se non l’ho fatto prima, vuol dire che non mi sono accordo di avere tutti i calzini sporchi) né di farmi venire il nervoso se quando chiudo l’ambulatorio rischio di arrivare a casa dopo un’ora anche se, in linea d’aria, ho mezzo chilometro da percorrere. 

Oltre tutto ho sentito dire che a Monteselva  c’è carenza di pediatri, dunque sarebbe perfetto.

Sono un uomo fedele, quando mi innamoro. Il problema è arrivarci a quel click in più. Le donne mi incuriosiscono ma non devono soffocarmi né tentare di manipolarmi con ciglia finte o moine. Con anni di esperienza riconosco la puzza di una stronza anche se è ancora dietro l’angolo. Apprezzo la tenacia, lo riconosco, e l’intraprendenza. Quelle timidine e insipide, o peggio, omologate all’ultima collezione di Dolce e Gabbana mi fanno ridere e basta. Se poi non ti vuoi sporcare le mani ti conviene starmi alla larga.

Quando stavo ancora con i miei lavoravo in giardino nei fine settimana (non abitavamo in centro bensì in un paesello di provincia). E’un’abitudine che mi manca, in effetti. Piantavo bulbi e concimavo. Anche far nascere e crescere una pianta è un impegno, dopo tutto. Richiede cura, attenzione e responsabilità. Non ci si può dimenticare o i fiori non sbocciano (sempre che la pianta in questione sia ancora viva). Un po’ come con i bambini, in scala inferiore naturalmente.

Spero di trovare un posticino piccolo, mi basta un angolo cottura con camera da letto e uno stanzino da usare come studio (l’ho già detto, vero, che ho tanti libri e ne compro in continuazione?). Poi se ci fosse un piccolo giardino sarebbe perfetto.

Dimenticavo (ma dove ho la testa oggi?). Mi serve anche un locale per l’ambulatorio. Due stanze sono più che sufficienti (per la sala d’attesa e le visite) anche se sarebbe meglio poter attrezzare un bagno per le emergenze.

Per il resto faccio tutto da solo, non voglio assistenti o segretarie. Ho il mio sistema di archivio dati (George, il fedele portatile lo sa eccome) e so gestire le questioni burocratiche e gli impegni senza andare nel pallone (basta un’agenda elettronica mica una seconda laurea in ingegneria aerospaziale, no? Mentre per le faccende puramente contabili mi cercherò un commercialista).

timbro.jpg Nota dell’Amministrazione Comunale: 

La domanda di residenza è stata accolta. Per quanto riguarda la richiesta di assegnazione di immobili a uso abitazione e ambulatorio per l’esercizio della professione medica, al dottor Loiacono Michele è stato assegnato in affitto (alle condizioni pattuite) l’appartamento di proprietà comunale sito al terzo piano dello stabile in via Parma 42 e contrassegnato dall’interno 7. Dopo avere effettuato i necessari lavori di adattamento, il dottor Loiacono potrà condurre la propria attività di medico pediatra all’interno 2, primo piano dello stesso stabile.

Tarcisio Rossi - Funzionario di II livello

 

 

La beffa di Cardona (di Patrizio Pacioni)

Gennaio 5th, 2008

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-Ancora un po’ di vino?- chiese Cardona, e senza aspettare la risposta versò nel calice di Rossana tre dita di Nero d’Avola.

-A cosa brindiamo, stavolta? Alla libertà?- chiese con malcelata ironia la donna, splendida nel corto tubino nero che salendo sulle gambe accavallate offriva allo sguardo del commissario e degli altri invidiosi avventori della Cantina d’Orlando, uno dei più esclusivi ristoranti di Mondello, una visione di cosce ben tornite e abbronzate.

-Perché no?-  acconsentì lui, riempiendo il suo calice e alzandolo, facendo tintinnare i cristalli.Rossana si sporse verso di lui, avvolgendolo in una nuvola di profumo intenso, un cocktail perfetto di Moschino e fragranza di giovane donna.

Nel farlo la già generosa scollatura si allentò, regalando al Commissario lo scorcio di un seno, contenuto nelle dimensioni, ma nella forma e nella consistenza degno dello scalpello di Fidia.

-Siamo ancora in tempo, Leonardo.-  gli sussurrò lei, così vicino che Cardona avvertì il calore del fiato sulla gota.

-In tempo per cosa?-  chiese, tornando a bagnare le labbra nel vino rosso, color del sangue.

-Per salire su in camera mia. Al volo mancano ancora due ore, da qui all’aeroporto ne basterà mezza…-

-C’è il check-in da fare, dovresti saperlo. Di viaggi in aereo credo che tu ne abbia fatti parecchi tra Palermo, Roma, Milano, Dublino, Lussemburgo, New York, Grand Cayman… Sembra che tu sia atterrata dovunque ci sia una Borsa importante o un paradiso fiscale, Rossana.-

-Mi piace viaggiare, cosa c’è di male?-

-Niente, se non fosse che ogni volta, nel tuo bagaglio, tu non avessi portato avanti e indietro banconote, titoli, eroina, diamanti…-

-Non sono la sola a farlo. Perché tutto questo accanimento nei miei confronti?-

-… e anche una pistola, visto che hai ammazzato ben quattro membri della famiglia Cantalamessa, gli ultimi appartenenti alla cosca perdente che avevano cercato rifugio all’estero.-

-Erano solo delinquenti incalliti, Leonardo, assassini feroci, capaci di sciogliere nell’acido persino la propria madre, se il business l’avesse consigliato. Ho fatto un po’ di pulizia, tutto qui: non dirmi che ti dispiace.- gli soffiò addosso lei, protendendo stavolta la lingua, fino a sfiorargli l’angolo delle labbra.

-C’è gente che ci guarda, Rossana: non sta bene fare così.- l’avvertì Cardona, scostandosi un poco, solo però dopo avere assaporato abbastanza a lungo il contatto.  Poi con la mano fece ciao a una bambina di non più di quattro anni, che aveva sospeso i suoi giochi con la bambola al tavolo vicino, dove stava cenando coi genitori, e adesso li fissava intensamente, evidentemente interessata a quali fossero le regole di quel misterioso ed eccitante gioco da grandi..

-Dai, saliamo su.-  insistette lei.-Mezzora di viaggio, un’ora per il check-in e l’imbarco…-

Consultò l’orologio di Cartier, bracciale intarsiato di pietre preziose e quadrante di oro bianco e oro giallo.

-Restano ventisette minuti per noi.-  aggiunse allusiva, cercando con lo sguardo quello di Cardona.

-Saliremo, sì, ma tra un quarto d’ora, quando avremo dato fondo a ciò che resta nella bottiglia.-  annuì il commissario, pescando un chicco d’uva dal sontuoso vassoio della frutta che troneggiava a centro tavola.

-Così ci rimarrà giusto il tempo di raccogliere la tua valigia e andarcene.-

Rossana trasalì, come se avesse appena ricevuto uno schiaffo. Una di quelle sberle che poco prima di cena lui le aveva somministrato senza risparmio su nel corridoio del terzo piano dell’Hotel, per impedirle di reagire all’arresto e darsi alla fuga.

-Rassegnati. Non dovevi ammazzare Matteuzzi. Hai commesso un grave errore: lui è di Piacenza, sai? Abbiamo lavorato sette anni insieme, prima che lo trasferissero alla Digos.-

 “Eravamo diventati amici.” stava per aggiungere, prima che gli venisse in mente che un leone solitario e scorbutico come lui di amici non ne ha, e non ne potrà mai avere.

-E una volta che m’ero cacciato in una brutta situazione mi salvò la pelle.-  aveva invece concluso, mentre le piegava crudelmente dietro la schiena il braccio che ancora brandiva il piccolo revolver da borsetta col quale aveva appena cercato di sparargli.Cinque minuti più tardi, mentre lei era lì a rinfrescarsi le gote in fiamme con l’acqua fresca del lavandino, era riuscito a spiazzarla ancora una volta.

-Ti porto con me.- le aveva annunciato.

-In galera a Piacenza. Ma prima mangiamo insieme qualcosa giù al ristorante: è da una vita che sogno di portare a cena fuori una pupa come te.-

Nel presente la mano di Rossana planò morbida ma decisa sulla coscia di Cardona. Le dita si trasformarono nelle zampe di un grosso insetto lascivo che camminando sul lino sottile dei pantaloni cercava di arrampicarsi verso l’inguine del commissario.

-Sei proprio incorreggibile, bambina. Ti ho detto che c’è gente che ci guarda.-  la rimproverò ancora il commissario, mentre qualcosa di gelido metallo si intrufolava tra le ginocchia nude della donna.Con la canna della pistola tra le gambe, lungo la schiena di Rossana scivolarono giù un paio di brividi, non soltanto di paura.

-Non adopererò questa, stai tranquilla, ma se non smetti di fare la puttana giuro che ti porto su subito, ma solo per spaccarti la faccia.-  precisò in modo pedante ma assolutamente convincente Cardona, volgendo intorno uno sguardo distratto. Poi regalò una boccaccia e una smorfia minacciosa alla bambina di prima, che stava ancora lì a fissarli, come ipnotizzatala. Quella si scosse, raccolse la bambola dal pavimento e se la strinse al petto, avvicinandosi al papà per farsi prendere in braccio.Rossana guardò con un  certo sollievo l’arma ritrarsi da sé, ma subito dopo, come se fosse un gioco di prestigio, un clic!, e si ritrovò col polso destro assicurato da una manetta al sinistro di Cardona.

-Sei un grandissimo bastardo.- imprecò, scrollando il braccio, col solo risultato di segnarsi dolorosamente la carne. Da lontano i primi contrappunti di uno stridulo concerto di sirene.-Sembra che dovremo andarcene davvero in anticipo, dopotutto.- mormorò Cardona, che sembrava sinceramente dispiaciuto di dovere dare un taglio a quella bella serata in compagnia. Estrasse il telefonino dal taschino della giacca.

-Gargiulo, dove sei? Davanti all’ingresso? Bene, accendi il motore, ce ne stiamo andando.-

Poi rimise a posto il cellulare e al suo posto estrasse una Mont Blanc nera. Scrisse qualcosa sul tovagliolo candido, poi con la mano fece un cenno imperioso a un cameriere di passaggio.

-Complimenti al cuoco.- gli disse, mettendogli in mano tre banconote da cinquanta.

-Queste sono per la cena, la mancia e… il tovagliolo.-  aggiunse, senza curarsi del broncio sempre più cupo della commensale e dello sbigottimento del cameriere che intanto aveva notato quanto fossero particolari i  braccialetti che collegavano i suoi due clienti.

-Un’ultima cortesia.-  fece poi, alzandosi, e costringendo così Rossana a fare suo malgrado altrettanto.-

Comandi.-  rispose l’altro, disponibilissimo alla più assoluta obbedienza nei confronti di quel tipaccio dall’espressione minacciosa e (soprattutto!) col calcio di una grossa pistola che gli spuntava dalla cintura dei pantaloni.

-Verranno degli uomini in divisa tra poco.-  spiegò Cardona, accennando con un movimento del capo al miagolio sempre più prossimo delle sirene.

-Dia questo da parte mia a colui che li comanda. Un tipo alto e col cranio rasato.-  disse poi consegnandogli il tovagliolo.

-Da parte del commissario Cardona.-  concluse, voltandosi e trascinandosi dietro verso l’uscita del ristorante Rossana, con uno strattone che per poco non le strappava un braccio.-Animale che sei.- inveì lei, ma non fece più resistenza e lo seguì fuori.

L’Alfa grigio-metallizzato aspettava con la portiera posteriore già aperta.

-Hai avvisato i colleghi?-

-E come no, commissà! Ci aspettano con le pale delle eliche che già stanno girando.-  confermò Gargiulo, una specie d’armadio alto quasi uno e novanta per più di un quintale di peso, tanti muscoli e niente grasso.

-Mai quanto gireranno le palle a una persona di mia conoscenza.-  commentò Cardona, spingendo dentro Rossana, senza preoccuparsi, stavolta, di nascondere un sogghigno.

-Allegra, ragazza, che ci risparmiamo il anche il check-in: abbiamo un volo diretto offerto dalla Polizia di Stato!-  annunciò allegramente, accomodandosi a sua volta sul sedile e richiudendo lo sportello.

La manona di Gargiulo spostò gentilmente in avanti la leva del cambio e l’Alfa si avviò, lentamente, mentre solo a due curve di distanza già ruggivano i motori delle “pantere” in arrivo. 

-Se n’è andata pochi minuti fa, commissario…-  disse il cameriere, guardando la foto di quel bel pezzo di figliola che il poliziotto in borghese gli aveva sbattuto sgarbatamente sotto al naso.

-Puttana miseria.-  fu il commento che accolse l’ informazione, seguito da una perplessa grattata sulla pelle lucida del cranio, su cui si riflettevano i lampadari del locale.

-… in compagnia di un signore che mi ha incaricato di consegnarle questo.-  aggiunse il ragazzo in giacca bianca porgendo il tovagliolo. Un incarico che avrebbe volentieri lasciato ad altri, considerato che gli sbirri sembravano incazzati come tori.Il poliziotto afferrò il tovagliolo, lo aprì e lesse.

-Cornuto di merda!- imprecò, sbattendolo in terra.

-Picciotti amuninni!- ordinò secco ai suoi, pallido di rabbia.In pochi secondi il locale si vuotò di poliziotti, di mitra spianati senza sicura, di sudore da caserma, e i tavoli furono restituiti ai clienti incravattati e alla clienti ingioiellate.

Il cameriere si chinò e raccolse il tovagliolo appallottolato.

Lo spiegò.  Lesse anche lui. 

Alla cortese attenzione del commissario Montalbano: Salvo,la signorina Rossana Zaccardo sarà disponibile presso il carcere di Piacenza per eventuali interrogatori a partire da domani pomeriggio (la mattina me la lavorerò io).Magari la prossima volta arriverai prima tu, anche se ne dubito molto…

Cari saluti dal Leone!