Giampiero Borghi (Bomber) - di Mario Pirani

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Il mio nome è Giampiero Borghi ma tutti mi chiamano Bomber. 

Ero già Bomber quando avevo dieci anni ed ero l’unico della mia età che riusciva a fare gol da fuori area. Non c’era un bambino più alto, bello e fatto bene di me in tutta Monteselva.

E, a parere di tante, non ce ne sono neppure adesso. 

Allenatori incompetenti e sfigati hanno boicottato la mia carriera di calciatore. A quindici anni giocavo nelle giovanili del Parma, da ala sinistra, e avevo già tutte le doti dell’attaccante di razza: dribbling, potenza, tiro e senso del goal.Roba che in Italia non si vede dai tempi di Tony Musante.Sembravo Stoickhov, il bulgaro, quello che poi è venuto a Parma anche lui.

Peccato che non a tutti andasse poi così a genio che avessi tanti ammiratori, sia nello spogliatoio che tra il pubblico che seguiva la squadra. Il coro era sempre quello: “Bomber facci sognare”, e al mister non se lo cagava più nessuno nemmeno di striscio.

Allora cominciò a menarla che ero lento e non facevo vita da atleta, e a mettermi i bastoni tra le ruote, facendomi mettere le radici in panchina.Ma a giocare fino in Interregionale ci sono arrivato lo stesso e anche adesso, alla bella età di trentadue anni, sono pur sempre il capitano del Monteselva in seconda categoria e alleno la squadra esordienti.  

Bella roba, me che non porta abbastanza soldi da farmi campare come dico io.

E allora ogni mattina mi alzo di buonora,  prendo il pick-up e vado a raccogliere i marocchini per portarli a lavorare sui cantieri dell’azienda edile dei miei, la Fratelli Borghi Costruzioni esserrelle. Poi, dopo che ho smollato giù gli Africa Bambata, comincio i giri per la ditta: uffici, posta, commercialista, cazzi vari. 

Già che sono fuori approfitto anche per farmi il tour delle commesse dei negozi del centro: ci sono alcune fighette giovani-giovani che potrebbero benissimo fare la televisione, senza scherzi, e il vecchio Bomber è sempre un rapace da preda.

Ora come ora ne ho fra le zampe quattro o cinque, ma l’istinto del gol mi spinge verso una in particolare: mora, tette da paura, con gli occhiali che le danno un’aria da intellettuale e un nonsoché di misterioso che me lo fa tirare da matti. 

Al pomeriggio, se non ho niente da fare, vado in azienda e controllo che tutto vada via liscio, che gli impiegati non stiano troppo tempo a menarsi il torrone alla macchinetta del caffé, o a fumare nei cessi.

Poi vado in direzione a imparare quel che c’è da imparare, perché mio padre e mio zio cominciano ad essere vecchi e prima o poi, volente o nolente, il Bomber dovrà accomodarsi nella Stanza dei Bottoni. 

Oggi però mi sento le palle girate. Me le ha ribaltatate stamattina al bar il Ravelli, quando all’improvviso se n’è uscito con quella storia che io sarei un bamboccione.Che cazzo voleva dire?Non l’ho vedevo da un casino di tempo, quel povero sfigato, al punto che manco mi ricordavo neanche più che esistesse.

Entro nel Braccio di Ferro alle dieci in punto, come ogni santo giorno, coi succhi gastrici in fermento solo ad annusare il profumo delle brioches.

“Ciao Enzo”  dico, alzando il braccio per salutare Enzo il barista.A quel punto vedo il tizio appoggiato al bancone, davanti a una tazza di cappuccino a metà. È  pelato, alto e magro, e indossa un cappotto nero lungo fino ai piedi.

“Bomber!”; mi dice, regalandomi un sorriso a quarantotto denti.  Io alzo il muso per salutarlo e intanto penso

“Ma chi è, ’sto qui?”

Poi mi viene incontro e sembra voglia abbracciarmi, ma per fortuna non lo fa, e quando ce l’ho a trenta centimetri lo riconosco.

Ma certo che è lui, Rico Ravelli, il secchione che alle medie mi faceva copiare i compiti e che non si vedeva in giro per Monteselva da duecento milioni di anni.Insiste per offrirmi la colazione e comincia a raccontarmi tutto contento che è venuto al paese a trovare sua mamma per Natale e che lui adesso vive a Parma, è sposato, ha un bambino e fa il commercialista.

“Che culo!”  penso io. Poi, siccome mi ha smosso la curiosità e voglio sapene di più, decido di dargli corda. Gli tiro una ghega amichevole sulla spalla e faccio:

“Figlio di buona donna! E così hai trovato il modo di metterglielo in quel posto a tutti, eh? Commercialista, niente meno: quando avrò bisogno per l’azienda stai sicuro che ti chiamerò.”

Lui allora sorride e mi chiede come mi va e io gli dico la verità, cioè che va bene, molto bene: aiuto mio padre a gestire l’azienda e presto il vecchio me ne intesterà un pezzo, così facciamo due società diverse e fottiamo il governo e il fisco, che non pensano ad altro che a rovinare la gente che lavora.

“Tu le conosci meglio di me queste cose.” gli dico.  Lui scuce un ghigno e fa di sì con la testa.

“In più sono capitano del Monteselva, e…”

Lascio in sospeso la frase, come fanno gli attori nei film.

“… e poi c’è la figa.”   aggiungo poi.

“Non me ne è mai capitata tanta come in questi ultimi tempi: dai diciotto ai quaranta, tutte dietro al vecchio Bomber. Come una volta. A te invece, ti tira ancora?”

A quel punto il Ravelli mi si pianta come un abete, con lo sguardo fisso sul pavimento del Braccio di ferro, sporco di pedate e briciole di brioche.

“Bomber, ti ho detto che sono sposato.”   borbotta tra i denti, come se fosse una scusa, e in quel momento lì capisco perché prima ci ho messo tutto quel tempo a riconoscerlo: è stato perché mi ha guardato in faccia, e lui, una volta era uno di quelli che non lo faceva mai, non con me almeno.

Sempre a capo chino e a voce bassa, perché quel povero stronzo per il Bomber, allora aveva un rispetto totale.

Poi si scuote e tira su la capa pelata.

“E abiti ancora con la Bianchina e l’Osvaldo?”  mi chiede.

La Bianchina e l’Osvaldo sono mia mamma e mio papà, per chi non lo sapesse.

“Certo.”  rispondo io.

“Con chi altro dovrei abitare?”

“Grande Bomber!”  esclama allora lui, visto che non sa più cosa dire.   Poi bofonchia che deve andare non so dove, che è stato un piacere incontrarmi e gira sui tacchi per andarsene fuori dalle palle.

Però, mentre tiene la porta a vetri per la maniglia, all’improvviso si volta e mi guarda in faccia.

“Ho sempre pensato che tu fossi l’emblema dei famosi bamboccioni.”

E se la fila via, speriamo per sempre.   Io e Enzo, il barista, ci guardiamo in faccia allibiti.

“E’sempre stato un gran testa di cazzo. Col passare degli anni è diventato una testa di cazzo pelata.”   commento, ma è come uno sputo di bile in un prato.

Perché, anche se non so cosa abbia voluto dire esattamente Ravelli con quelle sue ultime parole di merda, ho capito che mi ha preso per il culo, e alla grande, per giunta.  Una cosa che non mi piace.

“Perché poi?”   mi domando.

“È stato per via dell’invidia.” mi rispondo da solo.

Come il vecchio mister di quando giocavo nel Parma, e quelli delle squadre che sono venute dopo: ma è colpa mia se loro sono dei viscidi perdenti e io invece stasera uscirò con la più bella gnocca di Monteselva? 

E poi, cosa diavolo è questa storia del bamboccione?

 



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