Domenicale del 20 gennaio 2008
“Non è sufficiente che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre in patria i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, affinché tu possa portare la mia salvezza fino all’estremità della terra.”
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La tentazione è alzare lo sguardo al cielo e chiedere:
-Ho già fatto tanto, Signore, perché adesso non ti basta più?-
Invece no. Ma non si tratta di “credere, obbedire, combattere”, come (da quando mondo è mondo) i tiranni della Terra vorrebbero si comportassero i propri sudditi.All’Amore Divino si aderisce spontaneamente e con entusiasmo e, una volta fatta la scelta, si va avanti senza più nascondersi.
Insomma, “Sia fatta la volontà di Dio” non è un’affermazione di rassegnato fatalismo, ma totale fiducia nei disegni dell’Altissimo e nel fatto che, più alto è il sacrificio che ci sarà richiesto, più preziosa sarà la nostra soddisfazione e la nostra ricompensa.
Insegnamenti religiosi che -come spesso accade- finiscono col coincidere con indicazioni di vita più laiche, valide cioè anche per chi non crede: quando si dispone di ”talenti” si può e si deve metterli a disposizione della comunità e, per ottenere maggiore soddisfazione dai nostri comportamenti, può tornare utile abituarsi a pensare in grande, superando i ristretti e soffocanti orizzonti del risultato immediato.
Maurice Taviani - Parroco di Santa Maria alla Fonte




22 Gennaio 2008 alle 11:01
Penso che mettere i propri “talenti” a servizio degli altri, per chi crede e per chi non crede, è già di per sé motivo di felicità. Nel tuo discorso, Maurice, colgo invece una certa preoccupazione per la soddisfazione personale. Non è forse meglio l’imperativo categorico kantiano a fare il bene, liberi da qualsiasi fine particolare?
22 Gennaio 2008 alle 17:09
Cara Simon, come potrebbe un prete come me essere in disaccordo con ciò che scrivi? L’unico argomento sul quale mi sento di sollecitare la tua attenzione è che l’ aspettativa di ricevere un premio a fronte di un proprio comportamento e/o modo di essere non deve sempre essere inteso come mancanza di generosità. Ciò che voglio dirti è che è la “qualità” del premio atteso a dare (o togliere) valore all’umano agire.
Perché, la salvezza della Patria per cui si immola un eroe, non è di per se stessa un premio?
E l’amore di una donna per la quale si rinuncia a tutto il resto?
Vedere un afflitto consolarsi, un affamato mangiare, un assetato bere… non sono magnifiche ricompense per ogni uomo giusto, credente o ateo che sia?
E, per tornare a un cristiano, lo stesso amore di Dio, il dono della fede, la ricompensa della vita eterna, cos’altro sono se non le più preziose e soavi delle ricompense?
Grazie dell’attenzione e dell’intevento, e a presto.
Maurice Taviani