Amelia Bianchini (di Renata Maccheroni)

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Sono ligure da generazioni, pur se contaminata da madre piemontese.  Uno dei pochi peccati che mi porto appresso, per di più di “carattere genetico”,  che fa tanto trendy. 

Avrei cinquantanove anni, però ne ho cinquantatre. Disguidi anagrafici, sommovimenti vari, assenteismo strisciante, burocrazia frenetica hanno fatto il loro sporco lavoro e, chissà come chissà mai, di primavere ne conto sei in meno. Con quello che succede in Italia è il minimo indispensabile per sentirsi cittadini onorevoli.

Vivo in quel di Monteselva da un anno, precisamente da quando mio marito Domingo Barbagelata decise di passare ad altra vita, se migliore o peggiore non è mai tornato indietro a riferirlo, ma questo è un suo tipico difetto, preferisce morire piuttosto che dare una soddisfazione. Soprattutto a me, moglie fedele nei limiti del possibile.

Insomma, un mese dopo la dipartita del Mingo, mi ritrovai in eredità un piccolo appartamento sito non troppo lontano dal centro di questa (amena?) cittadina che, in confidenza, non avevo mai sentita nominare in precedenza.

Però, siccome le mie frequentazioni vagavano su Montecarlo, potei tranquillamente affermare che metà paese lo conoscevo già (ah! ah!) e non ebbi difficoltà a portare qui i quattro stracci rimasti, ché i vizietti del mio consorte non si contavano più e la sottoscritta non arrivava alla quarta settimana del mese ben prima dell’insediamento di tal Romano da Bologna.

Sì, si era mangiato tutto il resto, il Mingo, dal verde dei tavoli da gioco a quello delle mie tasche, sicché tutto ciò che è rimasto è questa casetta di cui ho avuto notizia solo post mortem di quel gabibbo di mio marito e un emolumento Inps che mi consente di mantenere il fisico snello e asciutto senza neppure bisogno di ricorrere a un personal trainer.

Qui a Monteselva non ho parenti, e neanche altrove, per dire la verità: un’anziana cugina del defunto è anche lei ita da un bel pezzo e di altri consanguinei -dal primo al diciottesimo grado- non ho notizia alcuna.

In un anno poche le amicizie strette, sempre che di autentiche amicizie si possa parlare. Dato il pessimo stato di conservazione dei tubi di scarico l’Aleramo era venuto in casa più d’una volta a vantare le proprie abilità d’idraulico. È un uomo piacente, Raimondo, poi a me m’ha subito fascinato il cognome: come la Sibilla, che a me di chiamarmi Sibilla Aleramo mi sarebbe piaciuto davvero tanto, chiedendo scusa al mio povero papà.

 Recandomi qualche volta al Bar della Lisa mi capita di scambiare due parole con Carolina, la sarta. Tipo svelto, tutta nervi. Lei e Lisa Martini, la proprietaria del bar, costituiscono un vero e proprio archivio vivente della cittadina, al confronto il Mossad pare roba da dilettanti.

Quindi se si vuole (del tutto innocentemente, per carità) acquisire informazioni su questo e quello, basta andare lì a gustare una cioccolata calda, per scaldarsi un poco, come facevamo sapere a chi ci guardava di sguincio il tredici d’agosto.

Lisa asserisce che sono una bella donna e, a darmi da fare, ci guadagnerei un retraité di tutto rispetto per una convivenza serena e appagante.

“Bella Bambina…” le rispondo ogni volta.

“…a lavar mutande e asciugare nasi gocciolanti c’è sempre tempo: per adesso Amelia pensa solo a spassarsela un po’.”

 Perché mica si occupa solo dei rubinetti, il Raimondo. E poi non è mica l’unico uomo della zona.  Discrezione, discrezione e ancora discrezione, questo il segreto. 

Comunque, dal mio metro e settanta di statura per sessanta chili di peso, chioma corta a riflessi rossicci, non proprio naturale devo ammettere, ma un aiutino a madre natura si deve pur dare, occhi color marrone e le cosine ancora al loro posto nonostante quella data sulla carta d’identità che gli equilibrismi meglio di una delle Orfei mi tocca fare per non mostrarla, nonostante mi porto ancora bene. E gli argomenti non mi mancano.

Il mio carattere è ligure, a tratti spigoloso come i pini modellati dal vento, a volte docile come le onde quando riposano a riva; battagliero ché non amo gli ipocriti e comprensivo, perché tutti abbiamo i nostri difetti e guai a non cercare di comprendere quelli altrui.

 Cosa mi manca? Il mare, naturalmente.

Lo cerco ogni volta che apro la finestra.

 Ma la vita questo ha offerto e io ho preso: un tetto sulla testa ce l’ho e, al giorno d’oggi (come a quello di ieri) non è mica roba da sputarci sopra.



3 Commenti a “Amelia Bianchini (di Renata Maccheroni)”

  1. francesco giubilei scrive:

    Un saluto a tutta la cittadinanza.
    Parto per la montagna.
    Francesco

  2. admin scrive:

    Caro Francesco,
    immagino che, se parte per la montagna, sia per andare a sollazzarsi con sci, slittini e quant’altro. Quindi non mi resta che augurarle buon divertimento. Le consiglio di cogliere l’occasione per riposarsi e rinfrancarsi, perché i miei informatori di Monteselva mi riferiscono che al suo ritorno troverà molto lavoro nuovo da sbrigare nella locale sede di di Historica.
    A proposito, la saluta anche Gaetano Gargiulo: non gli serbi rancore per quella multa che le ha fatto trovare sotto il tergicristallo. Ma anche lei, però, benedetto uomo: doveva proprio parcheggiare la sua automobile davanti al passo carraio della questura di Piacenza?
    Leonardo Cardona

  3. Gabster scrive:

    Fantastic blog post!

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