Domenicale del 10 febbraio 2008
Febbraio 10th, 2008“Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.”
(Libro della Genesi 2,7-9)
Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre
Pietre Paul Rubens 1599-1600
Il giardino dell’Eden, con l’albero della vita al centro e l’albero della conoscenza del bene e del male poco distante. Tutto creato da Dio, tutto a disposizione dell’Uomo.
-Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare…- risponde Eva all’astuto Serpente che la tenta.
-… ma dell’albero della conoscenza Dio ci ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete.”-
Come si può spiegare una cosa del genere?
Certo non con una “prova” cui viene sottoposto l’essere umano da parte del Creatore. Il “Grande Tentatore” è il Serpente, non il nostro Signore. A chiarirlo ad abundantiam e senza possibilità di equivoco la recente decisione della Chiesa di cambiare la frase del Padre Nostro che recita da sempre “non ci indurre in tentazione” con la richiesta di “non essere abbandonati” alla tentazione, che è cosa ben diversa.
E allora?
Allora, nel momento della creazione, il Signore ha messo a disposizione tutte le delizie del mondo. Ciò di cui si preoccupa è che, prima di goderne completamente, l’essere umano cresca in sapienza (della mente, ma soprattutto del cuore) fino a essere pronto a utilizzare nel modo migliore i doni che così generosamente gli sono stati dispensati dal Celeste Faber.
Gli scarichi che avvelenano la terra, i fumi e le emanazioni che producono buchi nell’ozono, gli esperimenti irresponsabili di una genetica spinta ai limiti della più malata delle fantasie sono i frutti proibiti che ogni giorno, da soli, ci stiamo somministrando.
Ciò di cui dobbiamo renderci conto, se davvero vogliamo salvarci, è che i veri complici del serpente, coloro che davvero ci inducono nella più subdola e letale delle tentazioni, siamo proprio noi stessi.
Maurice Taviani - Parroco di S. Maria alla Fonte

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