Manuale dell’ (im)perfetto investigatore

Marzo 28th, 2008

dina-dore.jpg   (Dina Dore - immagine tratta dalla Rete)

Cinque ore nel portabagagli della sua macchina. Mentre tutt’intorno poliziotti e carabinieri si davano da fare come un operosa colonia di formiche alla ricerca di “ogni indizio utile all’identificazione e alla cattura dei responsabili del probabile sequestro“.

Cinque ore dopo essere stata aggredita, legata, percossa selvaggiamente da un branco di luridi delinquenti.

Sotto gli occhi, per fortuna ancora inconsapevoli, della sua piccolissima figlia.

“Probabilmente, considerata la forza con cui le è stato inferto un colpo al cranio, la poverina è morta quasi subito.” dice qualcuno degli inquirenti. Classico tentativo di mettere le mani avanti, oppure di “buttarsi avanti per non cadere indietro” come si dice a Roma.

Probabilmente. Sì, una parola che può significare tutto o nulla.

Così ci troviamo a sperare che alla sventurata Dina Dore sia stato almeno risparmiato lo strazio di una lunga agonia condotta per lo più nelle peggiori delle condizioni: con una possibile salvezza che ti sfiora, ma che non ti tocca, perché “prima di manipolare la scena del delitto, rischiando magari di inquinare le prove, ci vuole l’intervento del magistrato“.

Perché -aggiungo io- purtroppo in questo nostro amato quanto malridotto Paese c’è sempre meno gente disposta ad assumere iniziative, a prendersi delle responsabilità anche in assensa o contro la presenza di un’ “autorizzazione superiore“.

Per favore, medici: fate la vostra autopsia e rassicurateci. Diteci almeno che Dina è morta sul colpo.

E già che ci siete, convinceteci anche che Ciccio e Tore, gli sventurati fratelli di Gravina di Puglia non hanno sofferto troppo prima di venire meno, vinti dal freddo e dagli stenti, solo perché qualcuno si era limitato a dare un’occhiata nel pozzo dall’alto, senza prendersi il disturbo di scendere giù a cercare meglio.  

Di simili striminzite speranze ci dobbiamo accontentare. A questo siamo ridotti.

Leonardo Cardona