Don Terenzio Respighi (di Stefania Marello)

don-terenzio.jpg   Sono stato mandato qui a Monteselva  quattro anni fa dalla Curia di Piacenza, dopo che don Franco era morto di cirrosi. Il povero don Franco, oltre ad essere astemio, mangiava pochissimo e sempre scondito, ma naturalmente i fedeli frequentatori della parrocchia ne raccontarono di cotte e di crude sul suo presunto attaccamento alla bottiglia.
Il fegato, purtroppo, può ammalarsi anche per altre cause e loro, le Malelingue di Monteselva Oscura, come le chiamo io, lo sapevano, ma non potevano lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta per praticare il loro sport preferito: la calunnia sincronizzata.

Ora che ci penso, dopo don Franco e prima di me ci fu don Leo. Si chiamava al secolo Leonardo Lavinci  (con questo nome non doveva essersela passata tanto bene da bambino), ma a San Rocco durò meno di una stagione.

Don Leo era giovanissimo e si dedicava molto, forse troppo, ai ragazzini dell’oratorio, più per affinità  che per vizio, essendo ancora lui stesso un ragazzo, che si divertiva come un matto a dare quattro calci al pallone.

Inutile dirlo, la malelingue animarono le malepenne, che scrissero al vescovo, che richiamò don Leo, che aveva trascurato le funzioni per arbitrare l’amichevole Vis San Rocco- Robur San Gioacchino. Le cose a Monteselva vanno a finire così, come  alla Fiera di Mastro Andrè: in fondo alla catena c’è sempre una vittima sacrificale.

Comunque anche per me all’inizio non fu facile.

Don Piero, il parroco di questa gloriosa e antica chiesa che è il Duomo di Monteselva, era ed è una specie di santo vivente. Persona cristallina, autorevole e irreprensibile sotto ogni punto di vista, tanto che le M. di M.O. (le malelingue di cui dicevo prima) si sono rassegnate; di fronte a un tale personaggio la maldicenza è un po’ come lo sci quando manca la neve: non si può praticare.

Così tutta l’attenzione era rivolta a me, semplice sacerdote e ultimo arrivato, per di più, e io ero perennemente preoccupato di fare o dire qualcosa a cui potessero appigliarsi per ricominciare il gioco al massacro.
Ebbene sì, lo ammetto: a me le donne giovani e belle piacciono ancora. Ho quarantaquattro anni, sono alto, atletico, di bell’aspetto e sotto la tonaca sono un uomo come gli altri.
Perché, a dirsela proprio fuori dai denti, non è mica che, una volta che si prendono i voti, certi istinti spariscano miracolosamente. Anzi, il più delle volte per noi sacerdoti è ancora peggio che per gli altri.  Quando siamo nel confessionale e ascoltiamo le lussuriose storie di certe belle figliole di buona famiglia (e il sottoscritto è più che sicuro  che alcune di loro se le inventano di sana pianta per esibizionismo, sfida alla morale o Dio sa per cos’altro) non è facile restare casti e puri come imporrebbe la regola.
Ma alla lunga ci si fa l’abitudine: prima si ascolta in silenziosi ascolta, poi si dispensano i soliti consigli per evitare le tentazioni, e per concludere qualche Ave, Pater e Gloria di penitenza.
 E via! Avanti un altro. Ma quando ormai mi sembrava di essermi guadagnato la stima e l’approvazione di quasi tutto il paese, un giorno di maggio dell’anno scorso entrò in chiesa una giovane ucraina dagli occhi smarriti: alta, bionda, bellissima.
Venne a confessarsi anche lei, ma quella volta, alla fine, la penitenza la recitammo insieme.
 



1 Commento a “Don Terenzio Respighi (di Stefania Marello)”

  1. Alex scrive:

    Davvero un personaggio singolare, questo don terenzio. Brava Stefania!
    Alex

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