Teresa Minghetti (di Lorella De Bon)

Aprile 10th, 2008

teresa.jpg    Sapete, non mi va mica tanto giù questa storia delle presentazioni obbligatorie. Ho il sacrosanto diritto di iscrivermi all’anagrafe di Monteselva senza dover raccontare in giro i fatti miei. Ma a quanto pare questa procedura è obbligatoria per ottenere la cittadinanza, quindi… 

Cedere di fronte alle angherie del prossimo mi ha sempre fatto imbestialire sin da piccola. Figuriamoci adesso che, sulla soglia dei sessant’anni, non sopporto nemmeno il suono delle campane.

Non posso credere di essere arrivata a questo punto.

Io, che ho sempre frequentato assiduamente la chiesa. Io, che ancora oggi non salto mai una funzione domenicale, un funerale, un rosario. I matrimoni no, quelli li evito come il diavolo l’acquasanta. Che io non mi sono mai sposata dopo quel fatto di Erminio di quarant’anni fa. 

A vent’anni non ero da buttare via, anche se in cuor mio pensavo di avere un aspetto così anonimo da non solleticare gli istinti maschili. Invece, Erminio si accorse di me e iniziò a farmi una corte spietata. Me lo trovavo davanti ovunque andassi, anche al camposanto. Il fatto è che avevo altro a cui pensare. Dovevo assistere mamma, inferma a causa di una grave malattia. Ah, quanto penò il mio povero Erminio pur di strapparmi un bacio, quella sera nel fienile. Un bacio soltanto, che però mi fece innamorare di lui.  

Innamorata e abbandonata.

Sì, perché Erminio dopo qualche mese se n’è andato in Francia a lavorare in un’impresa edile importante, che qui era difficile trovare un impiego dignitoso. Dopo qualche lettera e due o tre cartoline, il silenzio. Cinque anni fa, per caso e tramite un’amica comune, ho saputo che è morto, lasciando moglie e due figli in miseria. Il mio primo pensiero, alla notizia, è stato quello di avere evitato una sicura vedovanza. 

Dopo Erminio, però, c’è stato il vuoto assoluto. Non mi sono mai più fidanzata.

Dopo la morte della mia povera mamma, ho votato la mia intera esistenza alla chiesa e a Dio nostro Signore. Lui sì che è un Uomo affidabile, buono e generoso. Lui mi ama incondizionatamente. A lui non interessa il mio aspetto fisico. Perché io non sono una donna appariscente, tutt’altro.  E con gli anni mi sono chiusa in me stessa e il mio corpo si è come ristretto, ridotto all’osso. Sono piccola, anche se ben proporzionata, i capelli grigi, anche se ben curati. Non mi trucco mai. Il mio sguardo triste colpisce  negativamente la gente, che pensa che io sia una persona timida e sottomessa. Niente affatto! Io non devo rendere conto a nessuno, se non al Signore nostro Dio.  

Insomma, amo Dio con tutta me stessa, corpo e anima. Solo a lui confido le mie ansie, le mie paure, i miei sogni. In lui ho riposto la mia vita. A lui parlo giorno e notte, con la voce e col pensiero. E lo vado a trovare ogni giorno al Duomo o a San Rocco, certa di ricevere sempre una parola buona, un’emozione unica e indescrivibile. Lui è pura Luce. Lui è puro Amore. Lui è Vita.  Lui è la mia vita. Nessuno, dico nessuno, deve frapporsi tra me e il Signore.  

Nessuno deve rovinare il nostro rapporto. Nessuno, capito?  Altrimenti …  

Le notti di Monteselva (2)

Aprile 10th, 2008

Serie ideata e scritta da Patrizio Pacioni e Lorella De   Bon

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L’angelo di Kristo

     Erano ormai cinque notti - non consecutive - che il viso di un bambino faceva capolino alla porta dell’unità mobile di soccorso parcheggiata davanti al vecchio e fatiscente capannone della SIFACE.   

…toccata e fuga, nel gergo musicale   

…disperazione e paura, nel linguaggio di strada 

Un volto dall’ovale perfetto, ma al tempo stesso emaciato e anemico. Il volto di chi soffre il freddo e la fame, e non vede l’ora che arrivi la sera per addormentarsi, perché solo quando arriva il sonno non si avverte più l’aggrovigliarsi delle budella e il raggrinzarsi della pelle. Comunque, un volto dai tratti talmente belli che a vederlo veniva da chiedersi cosa cavolo ci facesse un cherubino in giro per Monteselva, in piena notte e sottozero per giunta.

(il disegno è di Annapaola Giacomelli) 

Per leggere l’intera storia, clicca qui:

mvi-2.doc

Daniele Trabucco e Emyla Kounichuk (di Stefania Marello)

Aprile 10th, 2008

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Monteselva la conosco fin troppo bene, per il semplice fatto che ci sono nato e cresciuto. Da bambino ho giocato fra strade e cortili, androni e portici di questa piccola città, ma ancora oggi non saprei se definirla bella o brutta. 

È la mia e tanto basta. 

In questi luoghi ho frequentato l’istituto tecnico, ho baciato la mia prima ragazza su una panchina ai giardini di via Cadorna, ho litigato coi miei genitori, ho sofferto per rabbia e per amore, ho desiderato una vita migliore. Ho desiderato evadere, spiccare il volo verso chissaddove, alla pari di tanti miei coetanei, del resto. Ma alla fine, come quasi tutti loro, sono rimasto qui, in uno stato perenne di attesa, come se il destino mi riservasse, prima o poi, qualche cosa di grande e di bello. 

Oggi ho 34 anni e lavoro presso l’amministrazione comunale. Sono un bell’uomo, alto, bruno. Un po’ robusto, magari, ma non soprappeso.  

Quando è entrata Emyla nella mia vita ho avuto la certezza che il destino tanto atteso si fosse compiuto.Emyla è una … già, come posso definirla? Una giovane immigrata dall’Ucraina in cerca di lavoro e fortuna? Una donna bellissima?  No, troppo semplice e limitativo.  Emyla è un cataclisma, una forza distruttiva che contiene nello stesso tempo il rimedio, il linimento di ogni ferita. Mi rendo conto che posso sembrare pazzo  a scrivere queste cose, ma è quello che provo. Se mi devo attenere ai fatti dirò che ci siamo fidanzati e dopo pochi mesi ci siamo sposati nella chiesa di san Rocco, dove don Terenzio ha accettato di battezzarla e cresimarla in tutta fretta (ovviamente lei non era di religione cattolica) affinché potessimo sposarci con rito cattolico.  Questo ha calmato in parte l’ostilità dei miei genitori. Perché se ormai da parecchi anni si vedono immigrati a Monteselva, io credo d’essere stato il primo a sposarne una.  

In realtà Emyla non è mai stata veramente mia. E non chiedetemi di essere più chiaro, di spiegarvi meglio questa sensazione, perché non ci riuscirei. Dovete accontentarvi di questo. Quindi dirò solo che qualche volta lei diventa strana… come assente. Magari sta mangiando seduta davanti a me, ma è come se fosse altrove. Allora allungo una mano sul tavolo a toccare la sua: lei mi guarda con quei suoi occhi color del cielo, orlati da lunghe ciglia bionde, ma ci mette un po’ a mettermi a fuoco. Poi mi sorride, di nuovo tenera e complice. Anche dopo il matrimonio, benché io non fossi d’accordo, ha voluto continuare a lavorare come bracciante da Polichetti, che ha una cascina e dei terreni fuori Monteselva. “Sono forte”  ha detto sorridendo con il suo accento slavo  “in Ucraina donne lavorano più tanto di qui…”  Qualche volta è successo che non è ritornata a casa la sera. La prima volta sono impazzito a cercarla, finché l’ho trovata al cascinale dove lavora, nella stalla, con Polichetti e il veterinario ad assistere al parto di una giumenta. Le dissi di avvisarmi con il cellulare in questi casi. Da allora, quando capita, mi manda un breve sms: ‘a casa domani’. Ora lei aspetta un bambino. Sono al settimo cielo per questa inattesa paternità e anche lei sembra felice di diventare mamma.

Dico ‘sembra’ perché la certezza di che cosa pensi Emyla non l’avrò mai.