Daniele Trabucco e Emyla Kounichuk (di Stefania Marello)

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Monteselva la conosco fin troppo bene, per il semplice fatto che ci sono nato e cresciuto. Da bambino ho giocato fra strade e cortili, androni e portici di questa piccola città, ma ancora oggi non saprei se definirla bella o brutta. 

È la mia e tanto basta. 

In questi luoghi ho frequentato l’istituto tecnico, ho baciato la mia prima ragazza su una panchina ai giardini di via Cadorna, ho litigato coi miei genitori, ho sofferto per rabbia e per amore, ho desiderato una vita migliore. Ho desiderato evadere, spiccare il volo verso chissaddove, alla pari di tanti miei coetanei, del resto. Ma alla fine, come quasi tutti loro, sono rimasto qui, in uno stato perenne di attesa, come se il destino mi riservasse, prima o poi, qualche cosa di grande e di bello. 

Oggi ho 34 anni e lavoro presso l’amministrazione comunale. Sono un bell’uomo, alto, bruno. Un po’ robusto, magari, ma non soprappeso.  

Quando è entrata Emyla nella mia vita ho avuto la certezza che il destino tanto atteso si fosse compiuto.Emyla è una … già, come posso definirla? Una giovane immigrata dall’Ucraina in cerca di lavoro e fortuna? Una donna bellissima?  No, troppo semplice e limitativo.  Emyla è un cataclisma, una forza distruttiva che contiene nello stesso tempo il rimedio, il linimento di ogni ferita. Mi rendo conto che posso sembrare pazzo  a scrivere queste cose, ma è quello che provo. Se mi devo attenere ai fatti dirò che ci siamo fidanzati e dopo pochi mesi ci siamo sposati nella chiesa di san Rocco, dove don Terenzio ha accettato di battezzarla e cresimarla in tutta fretta (ovviamente lei non era di religione cattolica) affinché potessimo sposarci con rito cattolico.  Questo ha calmato in parte l’ostilità dei miei genitori. Perché se ormai da parecchi anni si vedono immigrati a Monteselva, io credo d’essere stato il primo a sposarne una.  

In realtà Emyla non è mai stata veramente mia. E non chiedetemi di essere più chiaro, di spiegarvi meglio questa sensazione, perché non ci riuscirei. Dovete accontentarvi di questo. Quindi dirò solo che qualche volta lei diventa strana… come assente. Magari sta mangiando seduta davanti a me, ma è come se fosse altrove. Allora allungo una mano sul tavolo a toccare la sua: lei mi guarda con quei suoi occhi color del cielo, orlati da lunghe ciglia bionde, ma ci mette un po’ a mettermi a fuoco. Poi mi sorride, di nuovo tenera e complice. Anche dopo il matrimonio, benché io non fossi d’accordo, ha voluto continuare a lavorare come bracciante da Polichetti, che ha una cascina e dei terreni fuori Monteselva. “Sono forte”  ha detto sorridendo con il suo accento slavo  “in Ucraina donne lavorano più tanto di qui…”  Qualche volta è successo che non è ritornata a casa la sera. La prima volta sono impazzito a cercarla, finché l’ho trovata al cascinale dove lavora, nella stalla, con Polichetti e il veterinario ad assistere al parto di una giumenta. Le dissi di avvisarmi con il cellulare in questi casi. Da allora, quando capita, mi manda un breve sms: ‘a casa domani’. Ora lei aspetta un bambino. Sono al settimo cielo per questa inattesa paternità e anche lei sembra felice di diventare mamma.

Dico ‘sembra’ perché la certezza di che cosa pensi Emyla non l’avrò mai.



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