Salvatore Mancuso (di Lorella De Bon)

calendario_01.jpg   (Attenzione: questa immagine è tratta dal calendario 2001 edito  dall’Arma  dei  Carabinieri) 

 

Veniamo alle presentazioni. Il mio nome è sufficiente a dire che non sono nato a Monteselva, bensì in un paesino come tanti giù nel profondo Sud.

 

Mio padre era carabiniere e fin da piccolo io sognavo di diventare come lui. Così è stato, a suon di sacrifici e bastonate (più prese che date). Una volta in pensione, e poco prima di morire, papà riuscì a vedermi in divisa. Era commosso, ovvio. Fu la prima volta che lo vidi piangere dopo anni, dopo quella volta in cui morì di cancro il suo collega Amedeo. Un figlio nell’Arma era la cosa più bella che gli potesse succedere.

 

Per me, invece, fu una tragedia. Ben inteso, sono orgoglioso di vestire la divisa da carabiniere, ma questo mi è costato troppo. Per farla breve, durante un’operazione congiunta con la polizia, volta a catturare un capo clan mafioso, mia moglie Cristina –anch’essa appartenente all’Arma– venne colpita a morte da un poliziotto. Non mi va di raccontare cosa successe dopo: le indagini interne, una giustizia lunga e “ingiusta”, le pressioni affinchè il caso fosse insabbiato, le minacce esplicite tipo lettere minatorie e le telefonate mute. Fatto sta che chiesi di essere trasferito il più lontano possibile, non per vigliaccheria, ma per evitare un esaurimento nervoso e forse un suicidio (ho un carattere forte, ma non sono invincibile).

 

E così, eccomi a Monteselva. Sono qui da pochi mesi, maresciallo in servizio presso la locale Stazione dei Carabinieri in Via Pellegrini di Francia, proprio accanto alla scuola “Sandro Pertini”. Sopra gli uffici c’è un piccolo appartamento dove mi sono sistemato. Tre stanze in tutto (camera, bagno e cucinino), più che sufficienti per un vedovo senza figli e senza velleità matrimoniali.

 Inutile dire che il mio rapporto coi colleghi poliziotti non è dei migliori.

A detta dei miei sottoposti, sono un comandante giusto e disponibile. Quelli a cui metto le manette, invece, mi ritengono uno sporco bastardo. Io aggiungo che cerco di essere come mio padre: un carabiniere integerrimo e fedele all’Arma. Ho un altissimo senso del dovere e se perdo le staffe significa che ci sono degli ottimi motivi per farlo.

 Dopo la morte di Cristina non ho più frequentato una donna, nemmeno per un caffè. Eppure, sono un bell’uomo a detta delle cittadine di Monteselva (si sa, qui le chiacchiere circolano a velocità supersonica!). Questo mi fa piacere, ma al momento il mio unico interesse è per il lavoro. 

Il mio migliore amico si chiama Raimondo Ranieri. Il capitano Ranieri. In comune abbiamo il fatto di essere carabinieri, anzi, bravi carabinieri, e di avere “sacrificato” una parte importante della nostra vita per colpa di un mestiere che col tempo è diventato sempre più difficile da esercitare. Lui, però, ha un carattere diverso dal mio. Io parlo poco e malvolentieri del mio passato, io vivo ancora immerso nei ricordi e non mi lascio più coinvolgere emotivamente. Lui, invece, vive ogni attimo presente come fosse l’ultimo e si emoziona come un bambino. Io riesco a rimanere distaccato anche davanti ai casi più pietosi, mentre lui ne rimane invischiato sino a perderci le notti e il sonno.

Ci compensiamo io e Raimondo. E ci comprendiamo.  

 



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