( foto tratta dalla Rete – www.zadig.it )
Se un uomo (o una donna) qualunque si ammala, si dice che purtroppo dovrà morire.
Di Eluana Englaro, all’epilogo di una penosa vicenda, intessuta di dolore e di carte bollate, si proclama invece che finalmente può morire.
Come cambia il senso di una frase sostituendo un verbo e un avverbio.Si passa dal dramma di chi suo malgrado si trova costretto ad abbandonare una vita serena per l’inevitabile esito di una malattia, alla liberazione di chi invece lunga parte della propria esistenza l’ha vissuta nella sofferenza e nell’abbrutimento di una grave infermità.
Ma non è di questo che mi voglio occupare con questa veloce riflessione.
Né di questo né del tema complesso (e probabilmente senza risposta certa) sulla legittimità morale dell’eutanasia, la dolce morte, sempre che dolce possa essere definita la cessazione di una vita.
Quello che più mi ha colpito, e ancora di più mi colpisce in questo momento si può riassumere invece con una sola parola: ipocrisia.
Se a Eluana (sempre che così sia) si riconosce il diritto che qualcuno metta fine alle sue sofferenze, allora è giusto che le si riconosca anche quello che ciò avvenga nel modo meno doloroso e meno umiliante.
Invece no.
Eluana non si spegnerà perché qualcuno la farà addormentare serenamente, aiutandola con un apposito farmaco, ma trascinerà le ultime ore della propria esistenza in una penosa agonia. La pietà viene piegata e costretta dalla pretesa che nessuno si macchi della colpa di uccidere, lasciando che siano la fame e la sete a farlo.
Così prevede la legge, ma questo sì, mi sembra moralmente inammissibile, sotto ogni punto di vista.
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La notizia
Il 18 gennaio 1992, verso le quattro del mattino, l’auto sulla quale viaggia Eluana Englaro si schianta contro un muro nei pressi di Lecco. la ragazza viene ricoverata in ospedale in coma profondo per un gravissimo trauma cranico riportato nell’incidente. La seconda vertebra cervicale, irrimediabilmente fratturata, la condanna alla paralisi totale. La richiesta del padre Beppino di sospendere l’alimentazione artificiale che la tiene in vita (intesa dal richiedente come “accanimento terapeutico”) viene respinta una prima volta nel dicembre 1999 da parte della Corte d’Appello di Milano. Dopo una lunga e tormentata vicenda giudiziaria il 13 novembre 2008 la Cassazione ha detto la parola definitiva giudicando inammissibile il ricorso avanzato dalla procura di Milano contro la sentenza (emanata dalla Corte d’appello civile di Milano nello scorso luglio) che aveva accolto una nuova istanza presentata dal genitore di Eluana.
F.C.
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on Giovedì, Novembre 13th, 2008 at 23:12 While Dave was in Giorni d'oggi.
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15 Novembre 2008 alle 11:51
Con la povera Eluana provo la stessa sensazione che provai ai tempi di Terry Schiavo, la prima ragazza alla cui vita fu posta fine in modo così crudo qualche anno fa negli USA. FC ha espresso benissimo i miei sentimenti di raccapriccio per una interpretazione della legge e della morale fatta alla lettera anziché nella sostanza. Di fatto Eluana viene privata della vita, sulla base di una idea espressa anni fa a fronte di una situazione analoga alla sua ma all’epoca NON SUA, e passi, anche se qui ci sarebbe molto ma molto da obbiettare. Ma per evitare la parola “eutanasia” la si conduce alla fine non con i riguardi che meriterebbe qualunque essere umano (anche ai nostri piccoli amici animali domestici viene usata la cortesia di una pietosa iniezione) ma attraverso la pena capitale del digiuno e della disidratazione. Perché? mi domando. Perché? Perché?
Ade