Dipendenza da
Facebook è un popolare social network ad accesso gratuito, fondato nel 2004 da tre ragazzi statunitensi, studenti dell’università di Harvard. Si tratta di un’iniziativa ideata e realizzata con lo scopo di permettere a studenti liceali e universitari di tutto il mondo di mantenere i contatti tra loro anche dopo la fine dei corsi frequentati insieme. Così oggi, dopo aver spento le candeline del suo quinto compleanno, Faccialibro – per dirla all’italiana – è diventata una rete sociale che abbraccia svariate tipologie di fruitori del web, tanto che il numero degli utenti attivi ha raggiunto i 200 milioni.
Ma come ogni moneta, ahimé, anche questa ha il suo rovescio.
Proprio perché per registrarsi viene richiesta l’introduzione di dati reali (quali nome e cognome, indirizzo e-mail, numero telefonico, ecc.) e ad ogni accesso personale vengono annotati l’indirizzo IP e le informazioni relative al broswer, coloro che navigano in questo grande mare diventano spesso vittime dei più svariati raggiri. È infatti del tutto evidente che, in presenza di una simile abbondanza di dati, esposti -tutto sommato!- abbastanza alla portata di mani svelte quanto rapaci, i malintenzionati possano esprimersi al meglio, anzi al peggio: come industriose (e disoneste) si ingegnano a clonare carte d’identità e carte di credito, si impadroniscono delle generalità delle loro malcapitate prede per caricarle indebitamente di rate di prestiti e mutui, fino a spolparle completamente.
Ma gli aspetti negativi del fenomeno non si fermano purtroppo qui.
Prima di ogni altre cose, a chi abbia intenzione di inoltrarsi “nel bosco”, entrando a far parte di questa enorme community, ricordo che il pericolo di vedere intaccata la propria privacy può rivelarsi più reale che eventuale.
Inoltre, aumentando alla ennesima potenza le possibilità di contatto con persone sconosciute, cresce in parallelo anche il rischio di imbattersi in “cattivi” incontri virtuali e non.
Da non trascurare neppure l’ “attrazione fatale” esercitata dalle lusinghe della Rete su personalità meno munite di difese interne: senza quasi accorgersene si può finire a spendere preziose porzioni del proprio tempo a chattare senza costrutto, a riempire di foto e massime d’estrazione varia il proprio “profilo”, alla rincorsa di improbabili avventure o alla ricerca di un conto sempre più consistente di cosiddette “amicizie”.
Senza naturalmente contare il possibile danno arrecato all’efficienza lavorativa di impiegati e dirigenti dall’insidioso “vizietto” di tenere, sul desktop del proprio pc d’ordinanza, una finestra aperta sul rutilante richiamo di Face. Possibile, sì, ma non certo, visto che ponderosi studi dei lontani amici australiani di Sidney arrivano ad affermare che chi ne fa uso nel corso della propria giornata lavorativa, in realtà può arrivare ad accrescere produttività ed efficienza di un buon 9%.
Facebook or not Facebook, that is the question…
Cecilia Quinterio