Domenicale dell’11 ottobre 2009
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
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Riconoscere la propria debolezza e gridare per chiedere. Come fa un bambino. Affidandosi al Padre con fiducia assoluta. Cosa potrebbe esserci di più naturale, di più facile?
Così fa il cieco che aspetta Gesù sulla strada di Gerico: contro ogni ragionevolezza, contro il “buon senso” di quei “molti” che “lo rimproverarono perché tacesse”.
E alla fine la sua fede è premiata, e lui ricomincia a vedere.
Eppure, in questi nostri travagliati giorni, non si domanda più, ma si pretende.
Si grida, sì, ma solo per accusare, per prevaricare, per svalutare il proprio avversario in ogni modo, con ogni mezzo, lecito e soprattutto illecito. Spiando i vizi altrui, dimenticando i propri, in una corsa all’immondezzaio morale sempre più frenetica.
Torniamo piccoli, ritroviamo anche noi come Bartimeo il coraggio e la testardaggine di chiedere con l’umiltà che deve contraddistinguere l’amore filiale più puro.
Maurice Taviani - parroco di Santa Maria alla Fonte




26 Ottobre 2009 alle 08:26
Chiedere senza formalismi, con semplicità, con tutto se stesso è inequivocabile segno di fede, difficile da trovare dove dilagano l’emarginazione e la solitudine, l’aiuto non sincero che umilia, il fetore contagioso dell’ “immondezzaio morale” dei nostri tempi.
E’ importante, allora, saper ascoltare il silenzio di chi soffre.