Assolto, c.v.d.
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Come volevasi dimostrare, appunto, il delitto che il 13 agosto 2007 ha visto Chiara Poggi massacrata a coltellate nel suo appartamento di Via Pascoli, 8 a Garlasco, resta senza colpevoli.
Naturalmente non ho intenzione di entare minimamente nel merito della sentenza che ha visto il fidanzato della vittima, Alberto Stasi (unico indiziato dell’omicidio fino a questo momento) essere assolto oggi a Vigevano dopo cinque ore di camera di consiglio “per non avere commesso il fatto”.
Però…
… però non mi sembra che l’operato degli investigatori e le strategie di pubblico ministero e parte civile possano ritenersi esenti da critiche.
Per quanto riguarda i primi, restano non pochi dubbi sia sulla gestione della “scena del delitto”, sia su alcuni riscontri mancati e su altri eseguiti solo fuori tempo massimo.
Per quanto concerne invece i secondi, suscita molte perplessità il disaccordo tra accusa “pubblica” e “accusa privata”, che concordavano sì sull’indicazione del nome del colpevole, ma fissando l’orario dell’omicidio gli uni all’incirca al momento dell’aperitivo, gli altri a quello della prima colazione.
Smentendosi così gli uni con gli altri in modo plateale e in misura piramidale.
Di fronte a simili situazioni mi viene da chiedermi: allorché viene disegnato un quadro accusatorio talmente contrastante e confuso in molti particolari e nella sua globalità, a cosa serve pagare un difensore?
ATTENZIONE: le foto inserite a corredo di questo servizio sono state prese dalla Rete




6 Gennaio 2010 alle 17:16
Personalmente, il particolare che mi ha sempre spiazzata e lascia allibita è la “prova” che Stasi stesse lavorando al suo pc al momento del delitto: il solo fatto che questo fosse attivo, il solo fatto che qualcuno fosse entrato con la password di Stati, è sufficiente a dimostrare la sua presenza nella propria casa e non sul luogo dell’omicidio??
6 Gennaio 2010 alle 19:08
No, signora Lorella, naturalmente non lo è.
Ma ipotizzare che qualcuun altro stesse lavorando al suo pc, utilizzando la sua password, visto cche costui non si è mai fatto vanti per dichiararlo, vorrebbe dire che esiste un (o una, o addirittura più di uno)complice; cosa che lo scrupoloso (mi auguro) esame che gli inquirenti responsabili del caso hanno fatto di tabulati telefonici, posta elettronica e altri riscontri testimoniali e non, non lascia presumere…
No, mi dia retta, l’indagine è già abbastanza incasiunata così com’è, non peggioriamo le cose.
In proposito le consiglio la lettura dell’agile ma abbastanza approfondito volumetto predisposto per il Corriere della Sera a firma di Giusi Fasano e Erika Camasso, in vendita col quotidiano credo ancora per qualche giorno: il titolo è “Alberto e Chiara - la verità di garlasco” e costituisce a mio modo di vedere un ottimo ausilio per avere la conferma di come NON si conduce un’inhiesta su un delitto.
Grazie dell’intervento.
Leonardo Cardona