L’Indisponente (20) - L’ inciviltà del (doveroso) consenso di massa
Nei giorni scorsi Tony Blair è stato ascoltato dalla Commissione britannica che indaga sull’invasione dell’Iraq del 2003. Nel corso dell’audizione l’ex premier britannico ha difeso con grande energia e senza alcun ripensamento la scelta di partecipare all’intervento militare. “Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno.“, ha dichiarato, “è stata una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato il milioni di morti che aveva già causato, dati i dici anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest’uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?” Negando di aver mai stipulato alcun “accordo segreto” con George W. Bush sull’intervento militare, Blair ha fatto capire che, se si trovasse ancora al comando, prenederebbe ora in considerazione l’idea di un intervento militare per disinnescare la minaccia nucleare dell’Iran.
Che si sia d’accordo o meno con le dichiarazioni di Tony Blair, non si può fare a meno di riconoscere all’uomoe allo statista coerenza e coraggio delle proprie idee. La maggior parte della stampa britannica, seguita da quella internazionale, lo ha condannato non tanto per i contenuti del discorso tenuto davanti alla Commissione d’Inchiesta, quanto per la sua caparbietà recidiva. Purtroppo da un po’ di tempo le cose funzionano così: qualunque tipo di processo, sia esso di origine giudiziaria, morale o politica, viene celebrato da una indistinta e indeterminabile “volontà popolare”. Se l’accusato non accetta di emendarsi facendo autocritica (come ai tempi tristi dell’Impero Sovietico) ma argomenta difendendo senza rinnegarle platealmente le proprie idee e le proprie azioni, è un reprobo colpevole di ogni nefandezza prima ancora che gli organi deputati a emettere una sentenza (che siano corti d’assise, tribunali o giurie di qualsiasi tipo) si siano pronunciati. E vituperato sia il magistrato che non emette la sentenza che il popolo brama.
La storia insegna che quando sono direttamente le masse (o i mass-media) a decidere il destino di un uomo, quasi mai il giudizio risulta equo.
Ma la Storia, da sempre, è una maestra che nessuno vuole mai ascoltare.
ATTENZIONE: le immagini inserite a corredo di questo articolo sono tratte dalla Rete




1 Febbraio 2010 alle 11:58
Spesso la gente, il pubblico televisivo facilmente diventano pubblico ministero, Corte suprema.
Mi ricordano quella manzoniana “voce pubblica”, che, durante la carestia, trovò i capi espiatori negli incettatori e nei fornai, spingendo la folla al saccheggio dei forni, procurando ulteriore danno proprio al popolo.
2 Febbraio 2010 alle 12:44
Purtroppo, gli uomini di potere si trovano costretti, in certe occasioni, a dover decidere. E spesso la loro decisione, seppur presa con le migliori intenzioni, è avversata dal “popolo” soltanto per partito preso. La gente, prima di parlare e scagliarsi a priori contro qualcuno soltanto perchè “ha i soldi e una carica importante” (quanta invidia c’è in giro!), dovrebbe fermarsi a riflettere, facendosi un bell’esame di coscienza (della serie, sarebbe stato facile se fossi stato al posto di quel tizio fare la scelta che ha fatto; io, come mi sarei comportato al suo posto?). Il potere logora chi ce l’ha …
2 Febbraio 2010 alle 13:01
Da quando Pilato si affidò al “ballottaggio” per decidere se sulla croce ci andasse Gesù o Barabba, la cosiddetta assemblea popolare ha date ampie e ripetute dimostrazioni di incompetenza nelle scelte….
Antoine