Dante Quasimodo (di Gerolamo Scarpa)

57_gobbo.jpgdante-2.jpg     Quando mi trovo davanti a uno specchio mi accorgo che siamo in due: di qua, dentro di me, il Poeta.

Una creatura gentile desiderosa che la sabbia del proprio tempo cali adagio nella parte bassa della clessidra, depositando armonie e versi. Un sognatore, mai preoccupato che la troppa intensa osservazione delle stelle possa farlo scivolare sulle insidiose bucce di banana costituite dalle quotidiane banalità,

Un usignolo che vola libero e canta soave in un mondo infestato di lugubri cornacchie.

Di là il mostro, il deforme, gravato da quel mappamondo irregolare di dolore e tristezza in cui si trasforma un’anomala e insopportabile malformazione della spina dorsale.

Una vistosa, orribile gobba. 

Sono arrivato qui a Monteselva fuggendo l’ipocrita pietà di parenti e  amici,  la muta commemorazione dei conoscenti, il gelido disprezzo (a volte anche la paura che attanaglia chi si confronta col diverso) di chi incrociava la mia strada.

A cambiare la mia vita è stata una vincita al Super Enalotto. Tanti di quei milioni di euro che solo quelli che superavano i cento avrebbero potuto assicurare una vita serena a una decina di famiglie.

Dalla sera alla mattina ho abbandonato tutto e tutto, e sono venuto qui a Monteselva.

Nella mia precedente vita vivevo in un lurido tugurio, nella periferia più degradata di una città che ho cancellato dalla memoria. Ora, invece, abito in pieno centro,  in Xxxxxxxx. Ho comprato l’intero palazzo, una costruzione del ‘600, tra le più antiche della città: perché accontentarsi di un appartamento, quando si hanno le disponibilità di avere di più e di meglio?

Tra queste mura sono nate, cresciute e alla fine esaurite le generazioni degli Stella, nobili campagnoli, aristocratici del pomodoro  della barbabietola, dei porci e dei polli che probabilmente pagarono il titolo e il blu del sangue col sudore proprio e dei fittavoli sfruttati nel susseguirsi lento e inesorabile dei secoli. Per poi perdere tutto in poco più di trent’anni, marchiati dalle tare di chissà quanti matrimoni tra consanguinei, disciolte, nelle ultime due sciagurate generazioni, in smodati eccessi di alcool e stupefacenti.

Non esco mai, tutto ciò che mi necessita mi viene recapitato a domicilio.

Non ho servitù, da solo basto non sporco molto, so cucinare bene, quindi basto a  me stesso.

Il tempo, pulizie e cucine a parte, lo riservo a coltivare il bello: scrivo, dipingo e suono.

Per me, e per la creatura che mi guarda incvidiosa dal di là dello specchio.



3 Commenti a “Dante Quasimodo (di Gerolamo Scarpa)”

  1. Lorella scrive:

    Un nuovo cittadino di Monteselva a dir poco “affascinante” perchè circondato da un alone di mistero, che va ad arricchire quello che già circonda la città. Un uomo pieno di risorse e dall’intelligenza spiccata, prigioniero di un corpo ripugnante. Riuscirà il nostro prode eroe ad ammaliare qualche anima femminile monteselvina?

  2. Simon scrive:

    Interessante, Girolamo, il tuo personaggio: lo trovo un calzante esempio di una condizione umana intensissima e, quasi, di una contraddizione naturale (”virtù non luce in disadorno ammanto”, Leopardi), in cui la sofferenza può affinare l’animo oppure deturparlo irrimediabilmente…

  3. admin scrive:

    Lorella e Simon, ma lo sapete che questa volta la penso…. esattamente come voi? Anche da me un “bravo!” di cuore a Gerolamo, che così “scarpa” poi non è, almeno nella scrittura: non è affatto da escludere che il buon (”buon”?) Dante Quasimodo -prima o poi- trovi spazio in una delle avvventure che si svolgeranno a Monteselva.
    PP

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