Serenella Mooneyes (Simonetta De Bartolo)

Agosto 18th, 2011

zingara1.gif     Ho trascorso tanta parte dei miei primi lunghissimi ventitrè anni su uno scoglio, tra il blu del cielo e del mare, in cui m’immergevo con lo sguardo e mi perdevo….

  Non passava mai nessuno da quelle parti. Senza ombrellone, in topless, aspettavo che il sole si coricasse nel mare, dopo avermi osservata a lungo. Quello scoglio era per me un’isola deserta.

  Pawel fu il primo a scoprirmi lassù. Era a bordo di un aliscafo, rallentò alla vista del mio culetto a pera golden e dei miei capelli di paglia fin sopra le spalle Mi coprii alla meglio. Mi invitò a seguirlo e mi confessò di vendere di contrabbando delle icone sacre polacche dell’Ottocento.  Divenni ben presto la sua madonnina.

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bloser.doc 

 

 

Otto von Shiller (di Ombretta P.)

Aprile 24th, 2011

otto.jpg      Sono nato 45 (o sono 55?) anni fa a Ludwigsburg, teutonico dai piedi alla punta dei capelli lisci (che già da un po’ si vanno diradando) pettinati ordinatamente, con la scriminatura a destra.

Portamento fiero, carattere forte. Qualcuno dice “duro, quasi inflessibile”.

Mio padre è morto che ancora ero un moccioso, di fratelli maschi non ne ho avuti, solo cinque sorelle tutte più grandi di me.

Una mia… cara amica, una volta, mi disse che forse era proprio per questo essere cresciuto in un ambiente tutto al femminile che adesso, che sono adulto (45 o 55?), mi riesce così facile entrare nell’anima di una donna e, spesso e volentieri, sedurla.

Fatto sta che nella mia vita le “fidanzate” hanno costituito una presenza costante ma caratterizzata da un’alta velocità di ricambio: in pratica, non mi piace non avere una compagna al mio fianco, ma non è scritto da nessuna parte che debba essere sempre e necessariamente la stessa, no?

 

 

… …

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Totò Assolo (di Simonetta De Bartolo)

Marzo 28th, 2011

toto-assolo.jpg     Scultura d’ossa siciliane d.o.c., sono!

I miei capelli neri, corti, gellati, sembrano aculei di riccio; mediterraneo, s’intende, mììì!

“Totò, ma tu da che parte stai?” mi chiedono, a causa dei miei silenzi ricorrenti e  reticenti.

“Il sottoscritto non è e non vuole essere né carne né pesce, va beeene?” rispondo puntualmente.

E nemmeno un anfibio o un serpente!

Piuttosto la clonazione d’una bestia estinta, da giurassico o giù di lì, vegetariana ma che non disdegna di azzannare carne al sangue, all’occasione, dotata di finissimo sesto senso, con la coda di paglia e abituata a dormire con un occhio solo.    

O, per dirla in altro modo, un fossile di difficile catalogazione, un pezzo da museo, a suo modo raro e pregiato, venuto alla luce dagli scavi di una necropoli della Magna Grecia, gettando le fondamenta di un palazzone di dieci piani.

 

… …

 

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non avete altro da fare che cliccare qui:

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Elettra Santacroce (di Lucrezia Sette)

Marzo 19th, 2011

elettra-santacroce.jpg     Mi chiamo Elettra, Elettra Santacroce.

Quando capitai a Monteselva per la prima volta era il giorno del mio ventunesimo compleanno: un anno e mezzo fa, più o meno, in arrivo direttamente dall’Inferno.

Al tipo della reception, quando mi vide entrare nella hall dell’Hotel Splendor, mancò poco che non gli venisse un colpo.

Ero scarmigliata, con gli occhi allucinati e completamente fradicia di pioggia; avevo gli stivali inzaccherati di fango e le maniche della camicia macchiate di sangue dal gomito ai polsini.

-C’è una camera?- chiesi, appoggiando la valigia inzuppata d’acqua sul bancone.

-Prego?- rispose lui, che non riusciva a togliermi gli occhi di dosso, stazionando con lo sguardo, nonostante tutto, sul quarto bottone della camicetta.

L’unico che fosse allacciato, per quanto ricordo.

-Una camera matrimoniale uso singola.- precisai.

-Quando mi stendo mi piace farlo sopra un letto grande.- precisai, sfilandomi di dosso lo straccio bagnato che cercava invano di spacciarsi per un giubbotto.

Gerardo

(che si chiamasse così lo seppi solo qualche tempo dopo, precisamente il giorno in cui qualcuno mise fine alla sua miserabile esistenza terrena, ma questa è tutta un’altra storia)

mi guardò con l’espressione vispa di uno stoccafisso. Poi scelse una chiave dalla rastrelliera, quella col numero 13, tanto per restare in tema con la serata e me la porse.

-Ehm… potrei avere un documento? Sa, sono tenuto a identificarla e…- bisbigliò, pregando dentro di sé il suo dio, sempre che ne avesse uno, di non avere fatto la domanda sbagliata alla persona sbagliata nel momento sbagliato.

A pensarci bene mi sembra di ricordare che, intanto, con la mano sinistra avesse fatto un movimento furtivo. Come pigiare il pulsante dell’allarme collegato con la vigilanza, tanto per fare un esempio.

Gli allungai la carta d’identità, il cui colore era stato -diciamo così- ravvivato da ciò in cui era caduta nel momento in cui…

Ma andiamo per ordine.

Una volta in camera mi sfilai i panni sporchi, li ammonticchiai in un angolo ai piedi del letto e mi infilai sotto la doccia.

Ero lì da mezzora, e ci sarei rimasta chissà quanto, se qualcuno non si fosse messo a bussare furiosamente alla porta della stanza.

-Aprite! In nome della legge!- urlava una voce dall’inequivocabile accento calabrese.

(continua?)

Sophie La Rouge (di Simonetta De Bartolo)

Ottobre 4th, 2010

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 la-rouge.jpg    Ogni Dove” costituisce per me, Sophie La Rouge, un rifugio e una via di fuga.

Fuggo da tutto e da tutti, via dal tenebroso nulla, forse persino da me stessa.

Quando sento che è arrivato il momento, preparo la valigia in quattro e quattr’otto e via!, a tutta birra, a bordo del mio adorato bolide rosso fuoco, una Ferrari  del 79, giusto il mio anno di nascita.

Dello stesso identico colore sono i miei lunghi capelli ricci e, soprattutto, le mie “labbra al bacio”, detto per inciso. Quanto all’abbigliamento, però, preferisco vestire sempre di nero, dalla punta delle scarpe (rigorosamente tacco dodici) al cappello, (quando c’è), di sopra e di sotto, se intendete ciò che voglio dire.

Insomma, le rouge e le noir, ça va sans dire, mes amis: come nella roulette, sì, che in fondo è l’emblema della mia vita, sempre in (dis)equilibrio tra la fortuna e il destino, tra esaltanti vincite e devastanti rovesci.

Avrete già capito che il mio non è un carattere facile da comprendere e da accettare: donna esuberante, ma non esibizionista, arrogante nei modi più per nascondere un’innata insicurezza che per autentica indole. Ironica e malinconica, a seconda dei casi e dei momenti.

Insomma, la contraddizione fatta donna, appunto.

Di mestiere faccio la barista, e preferisco lavorare di notte.

E se state pensando come fa una che fa il mio mestiere a permettersi una Ferrari, tenetevi la curiosità, almeno per il momento.

Quando anche gli ultimi irriducibili nottambuli che frequentano il Bongo Pub se ne vanno a dormire, io esco dal locale, salgo in auto e sfreccio per le strade della città con l’acceleratore a tavoletta, senza mai rispettare un segnale stradale, semaforo compreso.

Mi alzo dal letto all’ora di pranzo, gusto caffellatte e brioche mentre le brave massaie mettono in tavola la pasta, poi vado ai giardini che si estendono lungo la sponda destra del Traglio, appena fuori le mura, e mi alleno per ore col boomerang. Mi emoziono ogni volta che, lanciato dalla mia mano, viaggia ruotando a mezz’aria fino a far ritorno, docile, da dov’è partito.

Sono una mezza campionessa, sapete? Ho vinto decine di tornei, in giro per l’Italia, da Bolzano a Siracusa. Dovreste vedermi quando, con un lancio, faccio a metà una zucca o un’anguria piantata su un palo a cinquanta metri di distanza, e spesso mi riesce persino di prendere al volo una mela lanciata per aria.

Adoro decisamente quello strano attrezzo inventato nella notte dei tempi, dall’altra parte del mondo, chissà come e chissà perché da un ingegnoso aborigeno. Ne possiedo una vera e propria collezione, ma uno in particolare lo porto sempre con me, nel bagagliaio della Belva, riposto nella custodia di velluto (nero naturalmente) con le iniziali S-L-R ricamate in rosso: è quello che mi regalò babbo, un brav’uomo amante della natura e della libertà, il giorno del mio diciottesimo compleanno. Qualche settimana dopo, passando per la scorciatoia di un infarto fulminante, decise di raggiungere la mia povera mamma, scivolata nell’aldilà, invece, solo al termine di una lunga e penosa malattia.

A saperlo usare bene, come so fare io, un boomerang può tranquillamente spaccare una gamba o fare in poltiglia una testa, ma io sono talmente buona e pacifica da non saper fare del male neppure a una mosca.

Certo, a volte, quando mi capita di avere una discussione con quel bugiardo traditore del mio ex, qualche tentazione mi viene.

Anche quando nel bel mezzo delle mie scorribande notturne mi capita di incappare in una pattuglia della stradale, coi loro strumentini di misurazione del tasso alcolemico al seguito e un verbale di sequestro della patente sempre in tasca, per dire il vero; poi però, prima che sia troppo tardi, invariabilmente mi ricordo che in frangenti di questo genere, con ragazzini imberbi che hanno appena tolto i pannolini per indossare la divisa e marescialli  assatanati e marpioni, le armi migliori a mia disposizione sono uno sguardo malizioso e seducente, due labbra carnose e gli attillatissimi jeans che mi calzano come un guanto.

A Monteselva sono venuta quando l’Alberto mi ha chiamato da Milan, dove abitavo prima, per risollevare le sorti del Bongo. Sono ormai più di due anni che ci abito, e non mi ci trovo per niente male.

A dirla tutta, anzi, credo che sia proprio la città adatta per chi, come me, ha preso ormai le abitudini di un pipistrello: di notte vivo come un vampiro che evita la luce del sole, di giorno da vera sportiva salutista, in quella costante e pervicace assenza totale di regole che è per me -al tempo stesso- il più grande problema e il punto di forza.

Questo non vuole però dire che un giorno, di punto in bianco, senza dare preavviso a nessuno, Sophie La Rouge non decida di scomparire anche da qui, per non tornare mai più.

Perché?

Semplicemente perché sono nata libera, ho vissuto sempre in assoluta libertà, e, libera, quando sarà il momento, mi piacerebbe potermene andar via da questo mondo.

Maga Ciokkolata (di Marianna Bernini)

Ottobre 1st, 2010

maga-ciokkolata.jpg    Nome e cognome: Artemisia Ciocchi. I bambini però mi chiamano Maga Ciokkolata, perché capiscono d’istinto che, se m’ingegno a scrivere favole, è solo per loro che lo faccio.

Anzi, favole e fiabe. Non sapete che differenza c’è tra le une e le altre? No? Beh, magari un giorno ve lo spiegherò.

Qui ci sono arrivata per caso, o meglio, quasi per caso. Tutto cominciò quando qualcuno mi mostrò la foto di una minuscola casetta immersa nel verde, a poca distanza da un corso d’acqua. Venni poi a sapere che il fiumiciattolo la cui sponda s’intravedeva sullo sfondo è il Traglio, e che a poche centinaia di metri a valle il corso d’acqua entra in una cittadina che si chiama Monteselva.

L’immagine dei muri tirati su a secco, delle tendine di pizzo alle finestre, dal camino che spuntava tra le tegole rosse come un fungo, mi si infilò nel cuore, e cominciò a chiamare.

È così che mi sono decisa a vendere tutto ciò che non era possibile portarmi dietro e a mettere in queste due valigie tutto quello che poteva servirmi per imbarcarmi in questa nuova avventura.

Però si sa, i sogni sono belli, ma quando poi, cercando di realizzarli, fai un bel frontale con la realtà… allora diventa tutta un’altra storia.

Sentite cosa successe il primo giorno che misi piede a Monteselva.

Nonostante il sindaco Tirabassi sia uno che le automobili le farebbe entrare pure nella sala consigliare del municipio, Piazza del Duomo, bontà sua, l’ha lasciata isola pedonale. Così l’autobus in arrivo da Piacenza mi scaricò al capolinea di piazza Trebbia, giusto davanti all’ingresso dei giardini pubblici.

Mi sembra di rivedermi, com’ero quel giorno, come se fossi davanti allo specchio dell’armadio in camera da letto. Quello color rosa e panna, coi decori a fiori e a uccellini in bassorilievo sugli sportelli e sui cassetti.

Eccomi sul marciapiede, che mi guardo intorno con la valigia in mano e lo sguardo smarrito; una donna nel fiore degli anni, alta, snella e flessuosa, con gli occhi verdi e labbra di corallo e le margherite intrecciate nei lunghi capelli castani.

Poi faccio ciao-ciao con la mano all’autista:

-Grazie infinite per aver effettuato una fermata straordinaria solo per me! È stato davvero gentilissimo! Buona giornata!-

-Si figuri, signorina, buona permanenza. Come si fa a negare un piccolo favore a una ragazza graziosa come lei?-

E, accidenti!, ecco che le guance si imporporano all’istante, perché non è mai facile per chi come me, non è stato mai abituato a riceverne, incassare  un complimento senza sentirsi a disagio.

Così quella strana ragazza che sembra un frullato misto tra una figlia dei fiori anni settanta e Mary Poppins, comincia a vagare per il centro della città trascinandosi dietro due enormi valige rosse in cerca di qualcuno a cui chiedere indicazioni.

Un negozio aperto mi guida come un faro: sull’insegna c’è scritto

  Sartoria Amanda - confezioni & riparazioni  

Una donna è china su un tavolo, di sbieco rispetto alla porta, intenta a tracciare segni su una stoffa col gessetto.

-Buon giorno, signora, scusi il disturbo.-

Quella alza lo sguardo e mi fissa strana.

È una tipa anonima, né bella né brutta, né alta né bassa, né magra né grassa, dai capelli castani freschi di permanente, come s’usava nei bei tempi andati.

-Sa, sono appena arrivata qui in città, e avrei bisogno di qualche indicazione. Mi chiamo  Maga Ciokkolata… cioè, voglio dire Artemisia, Artemisia Ciocchi.-

Tendo la mano che quella prende nella sua mezzo decimo di secondo, prima di ritrarsi d’un passo per osservarmi meglio.

-Vengo da Prato, in Toscana…-

-Toh, pensavo da Prato in Calabria.- dice l’altra, e sorride, ma sempre in un modo strano.

-…. e ho preso in affitto un adorabile casetta a due passi dal fiume, con tanto di camino a legna e giardino davanti. Chissà magari ci saranno tante farfalle e coccinelle, quando arriverà la buona stagione!-

Mostro la foto che a furia di leva e metti dalla borsa e dalla tasca s’è stropicciata tutta. Con un cenno della mano, la tipa mi fa segno che la vuole vedere.

-Oh, la foto? Certo, eccola qua. Non è un sogno? Sono talmente eccitata all’idea di trovarmela davanti da non ricordarmi più nemmeno come mi chiamo. Sa mica indicarmi come ci arrivo?-

-Ma non ci posso credere!- sbotta lei, e si batte due volte la mano sulla fronte.

-Questa è la Bicocca Muschiosa!-

Stavolta la sarta non sorride: ghigna. Si vede che cerca di trattenersi quanto può ma alla fine sbotta. Si piega in due e comincia a ragliare come un asino sventrato.

-Signorina ma lei di cosa si occupa nella vita? Di ristrutturazione ruderi?- riesce a chiedere alla fine, quando riacquista un minimo di controllo, asciugandosi le lacrime come se fosse appena finito il funerale del gatto.

Lì per lì non colgo la battuta: a volte, occupato com’è a fantasticare, il mio cervello fatica un po’ a seguire le faccende più terra-terra.

-Di cosa mi occupo nella vita? Ecco, è questa è una domanda alla quale mi viene un po’ difficile da rispondere.- balbetto, mentre comincio a massaggiarmi le tempie coi polpastrelli degl’indici, come mi viene spontaneo fare quando cerco di concentrarmi.

-Diciamo che mi mantengo scrivendo favole per bambini e sono in cerca di un luogo appartato e tranquillo dove si possa liberare la mia fantasia.-

-Ah, se cerca un posto appartato, vada tranquilla, cara la mia maghetta, che la Bicocca fa proprio per lei.- commenta la donna, schiarendosi la voce come se s’approntasse a chissà quale discorso.

-Quanto a scrivere le sue fiabe, converrà che prima ci dia dentro di cazzuola, calce, pennello e vernice, se non vuole dormire in un posto pieno di spifferi, una specie di tana per volpi e topi di campagna!-Per arrivarci, appena fuori dalla porta, imbocchi via Cadorna, che comincia qui, sulla sinistra. La percorra tutta, fino ad arrivare in piazza Binda, e prosegua dritta seguendo il suo naso, finché non passerà sotto l’arco delle mura. Appena fuori troverà San Rocco, una chiesetta antica, la tenga a sinistra e vada avanti ancora per un chilometro buono, attraversi il ponte sul Traglio e si troverà Via di Finimondo. Sulla destra, tra un distributore chiuso da vent’anni e una casa cantoniera, sotto un lenzuolaccio d’edera secca e muschio, troverà la sua casetta delle fiabe.-

-Ma qui sopra…- ribatto, riprendendomi la foto da quelle dita fini e nervose come quelle d’un pianista.-

-Eh, cara mia, cosa le ho da dire, se non che a volte il photoshop fa più danni che lo sparo di uno schioppo?- taglia corto quella e, come se niente fosse, si rimette a passare il gesso sulla stoffa facendo capire che per lei il discorso l’è bello che finito là.  

Uscii dalla sartoria ringraziando educatamente e scandendo un gra-zie sillabato e poco convinto girai gli occhi al cielo e sospirando mi dissi tra me e me

–Ma dove diamine sei finita Arte? Stai a vedere che anche questa volta l’hai fatta grossa!- mi dissi tra me e me, poi scoppiai in una sonora risata. 

Infine mi avviai, a passi lunghi e ben distesi, verso ciò che il destino teneva in serbo per me.

  Qualunque cosa fosse.cc

Diva La Rue (di Lorella De Bon)

Settembre 25th, 2010

1woman32-med.JPG      Mi chiamo Diva La Rue e sono una soubrette spagnola di fama internazionale. Sono nata a Toledo, da un fabbricante di coltelli e spade,; quanto a mia madre non l’ho mai conosciuta. Da piccola non ho avuto una vita facile e appena ho compiuto quattordici anni sono scappata a Madrid, che non è poi tanto distante. Là ho lavorato come cameriera e come donna delle pulizie, poi sono riuscita a entrare in una piccola compagnia teatrale.

Dopo cinque anni di gavetta il mio inesauribile talento mi ha permesso di entrare in un’altra compagnia come prima ballerina. Da allora la vita mi ha riservato solo successo, prestigio, riconoscimenti e fama.

Sapete, ovunque io vada riempio piazze, teatri e stadi di gente che impazzisce letteralmente per me, soprattutto gli uomini.

Inutile dire che le donne sono parecchio invidiose della mia classe, dell’eleganza, dello stile, e del grande talento.

So ballare, cantare, recitare e i miei spettacoli sono una sorta di compendio di tutte le forme artistiche esistenti. Sinora ho inciso una decina di dischi e ho venduto milioni di copie in tutto il mondo. I più importanti canali televisivi fanno a gara per avermi come ospite nei loro programmi di punta, che con la mia presenza ottengono sempre i più alti indici d’ascolto.

Riguardo alla mia vita privata, nonostante i pettegolezzi che mette in giro qualche lingua maligna, non è affatto vero che io sia solita saltare da un letto all’altro; ho un uomo accanto da parecchi anni. Un vero hombre, mi spiego? Mica uno qualunque!

Come? Non sapete chi sono? Non avete mai sentito il mio nome? Ma che razza di paese è questo? E pensare che Gilberto, il mio impresario, mi aveva assicurato che i miei spettacoli in Italia si sarebbero svolti tutti in città importanti e in luoghi prestigiosi.

Mmm….  comincio a sospettare che stavolta, invece di preoccuparsi  esclusivamente di me, l’amico si è concesso il lusso di pensare a se stesso.  Pian piano si è fatta strada in me l’idea che l’unico motivo per il quale mi ha fatta venire a Monteselva è che qui conosce qualcuno al quale vuole fare o deve rendere un favora.

Vabbè, Gilberto è talmente servizievole ed efficiente che uno strappo alla regola glielo posso anche concedere.

Nel frattempo, in attesa di farvi assistere alla mia strepitosa performance, che nessuno di voi riuscirà a dimenticare più dovesse campare cento anni, mi sono informata e ho scoperto che nella vostra città è possibile mettere a frutto i propri risparmi con rendimenti molto superiori a quelli riconosciuti dalle banche. Magari si tratterà di sistemi poco trasparenti, per non dire illegali, ma pur di sottrarre quei quattro soldi che sono riuscita a mettere da pare in una vita di lavoro all’ingordigia del fisco iberico, non starò certo a guardare troppo per il sottile.

Se la cosa funziona, visto che sono qui, d’ora in poi farò base i questa città e farò di Monteselva ciò che Montecarlo rappresenta per tanti altri famosi artisti e sportivi che, come me, non vogliono pafgare le tasse…

Dante Quasimodo (di Gerolamo Scarpa)

Agosto 19th, 2010

57_gobbo.jpgdante-2.jpg     Quando mi trovo davanti a uno specchio mi accorgo che siamo in due: di qua, dentro di me, il Poeta.

Una creatura gentile desiderosa che la sabbia del proprio tempo cali adagio nella parte bassa della clessidra, depositando armonie e versi. Un sognatore, mai preoccupato che la troppa intensa osservazione delle stelle possa farlo scivolare sulle insidiose bucce di banana costituite dalle quotidiane banalità,

Un usignolo che vola libero e canta soave in un mondo infestato di lugubri cornacchie.

Di là il mostro, il deforme, gravato da quel mappamondo irregolare di dolore e tristezza in cui si trasforma un’anomala e insopportabile malformazione della spina dorsale.

Una vistosa, orribile gobba. 

Sono arrivato qui a Monteselva fuggendo l’ipocrita pietà di parenti e  amici,  la muta commemorazione dei conoscenti, il gelido disprezzo (a volte anche la paura che attanaglia chi si confronta col diverso) di chi incrociava la mia strada.

A cambiare la mia vita è stata una vincita al Super Enalotto. Tanti di quei milioni di euro che solo quelli che superavano i cento avrebbero potuto assicurare una vita serena a una decina di famiglie.

Dalla sera alla mattina ho abbandonato tutto e tutto, e sono venuto qui a Monteselva.

Nella mia precedente vita vivevo in un lurido tugurio, nella periferia più degradata di una città che ho cancellato dalla memoria. Ora, invece, abito in pieno centro,  in Xxxxxxxx. Ho comprato l’intero palazzo, una costruzione del ‘600, tra le più antiche della città: perché accontentarsi di un appartamento, quando si hanno le disponibilità di avere di più e di meglio?

Tra queste mura sono nate, cresciute e alla fine esaurite le generazioni degli Stella, nobili campagnoli, aristocratici del pomodoro  della barbabietola, dei porci e dei polli che probabilmente pagarono il titolo e il blu del sangue col sudore proprio e dei fittavoli sfruttati nel susseguirsi lento e inesorabile dei secoli. Per poi perdere tutto in poco più di trent’anni, marchiati dalle tare di chissà quanti matrimoni tra consanguinei, disciolte, nelle ultime due sciagurate generazioni, in smodati eccessi di alcool e stupefacenti.

Non esco mai, tutto ciò che mi necessita mi viene recapitato a domicilio.

Non ho servitù, da solo basto non sporco molto, so cucinare bene, quindi basto a  me stesso.

Il tempo, pulizie e cucine a parte, lo riservo a coltivare il bello: scrivo, dipingo e suono.

Per me, e per la creatura che mi guarda incvidiosa dal di là dello specchio.

Maria Sole Chianti (di Rossella Penserini)

Gennaio 13th, 2010

modello-mela-1.JPG  -Piacere, mi chiamo Maria Sole Chianti. Sì, esattamente, Chianti, proprio come il vino.-

Queste sono state le mie prime parole a Monteselva, dove sono arrivata ieri. Di notte.

La signora Grazia, che mi ha affittato una camera, mi ha guardato di traverso, come per dire:

-Ma ci si presenta a quest’ora?-

Poi però è stata gentile, anche se di chiacchierare proprio non ne aveva voglia.

Così come io non avevo e non ho nessuna voglia di raccontare i fatti miei. Anzi, vorrei proprio passare inosservata al mondo, ecco perché sono venuta a rintanarmi in questo posto, per molti versi dimenticato da Dio.

La stessa ragione, tra l’altro, per cui ho accettato quel posto di assistente in biblioteca.

I libri mi piacciono. Non fanno domande, loro.

E poi dove ci sono i libri c’è silenzio. Quel silenzio che amo così tanto.

A Milano lavoravo in un piccolo giornale locale, ma di pace non ce n‘era mai. Giorno e notte traffico, rumori e schiamazzi: un caos assoluto.

Basta. Di me adesso ne sapete fin troppo: io voglio solo dimenticare. Voglio lasciarmi tutto alle spalle, e ricominciare da capo, se possibile.

La signora Grazia mi ha chiesto se sono sposata.

-No, non lo sono.” le ho risposto.

-E di uomini non ne voglio sentire neanche parlare. Sono tutti uguali, tutti pronti a saltarti addosso appena abbassi la guardia, per fare i looro porci comodi.-

Lo so, sono una donna di trentacinque anni ancora graziosa e piacente, di quelle che non passano inosservate, ma questo che cosa vuol dire? Nessuno ha il diritto di farti fare quello che non vuoi, no? Neanche se avete cenato insieme amabilmente, neanche se hai accettato di salire in casa sua per un drink. Non vuole dire nulla. Hai il sacrosanto diritto di tirarti indietro in qualsiasi momento, no?

E se lui non la prende bene? E se inizia a tirarti per i capelli? E se tenta di farti del male? Voi cosa avreste fatto al posto mio?

Acqua passata, non mi appartiene più.

Quindi lasciatemi in pace. Silenzio! Non lo sapete? In biblioteca non si può fare rumore!

 

 

torino-2009-027.JPG       Rossella Penserini ha scoperto l’amore per la scrittura solo due anni fa e ora si sta dando da fare per recuperare il tempo perduto. Scrive poesie e racconti, alcuni dei quali pubblicati in antologie di autori vari. Dopo ben due anni di gestazione, è alle battute finali del suo primo romanzo che, come lei, sarà ingenuo e ironico al tempo stesso.

Vera van Riel (di Paola Cassone)

Settembre 1st, 2009

vera-van-riel-c.jpg       “E’tornata la villeggiante?”

“Mi pare bene: le persiane sono aperte, questa mattina presto s’è fermato Duilio con una cassa di frutta e verdure e ho visto anche la Noemi che stava sbattendo uno straccio fuori dal balcone.”

“Preparano la casa, ma la signora l’hai vista?”

“No lei no, ma c’è, dice Daniele che è arrivata ieri.”

“Da sola?”

Questo non lo so, ma basta chiedere a Duilio o alla Noemi quando ha finito.”

“Da Duilio ci devo giusto passare, volevo fare i tortelli per il compleanno di Enzo.”

“Comunque mi ha detto Daniele che questa volta la signora si ferma. Non torna più su al  nord.”

“E che ne sa Daniele?”

“Dice che ha chiesto la residenza, stanno facendo le pratiche.”

“Oh bella, e che ci viene a fare qui?”

“Dice che deve stare tranquilla. Secondo lui era stata malata, aveva certe occhiaie ed era molto pallida.” 

“Macché malata, quella ha fatto troppi bagordi, te lo dico io, e si è messa nei pasticci su al nord. Scappata, altro che malata!”

“E tu che ne sai?”

“Ho sentito Salvatore che parlava con Raimondo stamattina al bar.”

“E che hai sentito?”

“Pare che la signora sia rimasta invischiata in un traffico di droga o di diamanti, non ho capito bene, aveva questo amico che poi è finito in galera e secondo me lei scappata prima che la potessero arrestare anche a lei.”

“Ma guarda hai capito male, figurati se lasciano scappare una delinquente, che qui tutti sanno chi è e dove sta e poi la prima cosa che fa, va in comune e chiede la residenza? Dai, non è possible.”

“Possibile o no ti dico che al nord non ci può più tornare. E’ per questo che è qui. Nessuno dei suoi amici delinquenti su là sa che è qui. Lo diceva Raimondo.”

“Ma allora se è così è più logico che sia stata mandata qui dalla polizia olandese! Vuoi dire che è - come si dice - nel programma di protezione dei testimoni per via che conosce quei delinquenti e può aiutare a ritrovare la refurtiva, o a mandare in galera tutta la banda?”

“O magari solo testimoniare contro il suo amico al processo, del resto se erano amici di cose losche ne avrà viste, la signora.”

“Mi è sempre sembrato un tipo che finiva male quella la. Con tutti quei vestiti da bambolina tirolese e quella pettinatura che sembrava la Moira Orfei, sempre truccata  anche di prima mattina.”

“Ma va, è solo eccentrica, che ne sai che cosa si usa su al Nord? Magari sono tutti vestiti così.”

“Sì, con gli zoccoletti e il cappellino come mira l’olandesina, ma fammi il piacere!”

“E poi come fa una ad invischiarsi con un trafficante di droga e diamanti? Mica sarà normale!”

“Ma se in Olanda sono tutti trafficanti di droga! Ma dai che lì la droga è libera. Per quello vanno in giro vestiti come dei pazzi: tutti drogati.”

“Solo gli spinelli sono liberalizzati, e poi anche quelli mica più di tanto. Mica puoi andare in giro strinato dalla mattina alla sera con un chilo di fumo in tasca, io ci sono stato ad Amsterdam e gli unici strinati sono i turisti italiani.”

“Sì vabbè, sarà come vuoi ma una buona donna mica si mette insieme ai delinquenti, né qui né in Olanda! Quella è una poco di buono. Secondo me fa il mestiere in uno di quei quartieri a luci rosse. Per quello è sempre truccata.”

“Seeee, ‘na volta! Adesso ha minimo cinquant’anni, chi se la piglia?”

“Che centra, perchè la Rosa non ha mica esercitato fino a che non le son caduti i denti?”

“Anche dopo se è per quello, ma la signora non ha l’aria di una che fa il mestiere. Al massimo tenutaria di bordello.”

“Sí, sí! Adesso mi ricordo che cosa diceva Salvatore … c’entrava un bordello dove andavano questi delinquenti, lo usavano come copertura per il traffico, lei stava alla cassa o alla reception, insomma, era la facciata, e intanto dietro il suo amico passava la droga ai clienti delle signorine.”

“Non fa una piega. Come è che si chiama la signora?”

“Vera van Riel, ma figurati se è il suo vero nome!”

“No, infatti, il nome non è quello ma ho letto sul giornale sarà stato un mese fa che c’era stata una retata dell’Interpol in un bordello di Rotterdam e che era stato scoperto un grosso traffico di droga, non specificavano di più, era solo un trafiletto, ma dicevano che la padrona del bordello era stata usata come pedina a sua insaputa dalla banda e che il corriere era stato arrestato ma il capo era riuscito a scappare.”

“Ma allora è lei! Come era il nome vero?”

“Ma non me lo ricordo, poi il cognome non lo dicono mai, qualcosa come Liza, Louise, non so.”

“E’ lei, sicuro.”

“Sicurissimo.”

“Mah, non so, magari non c’entra niente, sarà una coincidenza.”

“See, come no. Beh io vado da Duilio, ci vediamo.”

“Saluti.”

“A dopo.”