Nome e cognome: Artemisia Ciocchi. I bambini però mi chiamano Maga Ciokkolata, perché capiscono d’istinto che, se m’ingegno a scrivere favole, è solo per loro che lo faccio.
Anzi, favole e fiabe. Non sapete che differenza c’è tra le une e le altre? No? Beh, magari un giorno ve lo spiegherò.
Qui ci sono arrivata per caso, o meglio, quasi per caso. Tutto cominciò quando qualcuno mi mostrò la foto di una minuscola casetta immersa nel verde, a poca distanza da un corso d’acqua. Venni poi a sapere che il fiumiciattolo la cui sponda s’intravedeva sullo sfondo è il Traglio, e che a poche centinaia di metri a valle il corso d’acqua entra in una cittadina che si chiama Monteselva.
L’immagine dei muri tirati su a secco, delle tendine di pizzo alle finestre, dal camino che spuntava tra le tegole rosse come un fungo, mi si infilò nel cuore, e cominciò a chiamare.
È così che mi sono decisa a vendere tutto ciò che non era possibile portarmi dietro e a mettere in queste due valigie tutto quello che poteva servirmi per imbarcarmi in questa nuova avventura.
Però si sa, i sogni sono belli, ma quando poi, cercando di realizzarli, fai un bel frontale con la realtà… allora diventa tutta un’altra storia.
Sentite cosa successe il primo giorno che misi piede a Monteselva.
Nonostante il sindaco Tirabassi sia uno che le automobili le farebbe entrare pure nella sala consigliare del municipio, Piazza del Duomo, bontà sua, l’ha lasciata isola pedonale. Così l’autobus in arrivo da Piacenza mi scaricò al capolinea di piazza Trebbia, giusto davanti all’ingresso dei giardini pubblici.
Mi sembra di rivedermi, com’ero quel giorno, come se fossi davanti allo specchio dell’armadio in camera da letto. Quello color rosa e panna, coi decori a fiori e a uccellini in bassorilievo sugli sportelli e sui cassetti.
Eccomi sul marciapiede, che mi guardo intorno con la valigia in mano e lo sguardo smarrito; una donna nel fiore degli anni, alta, snella e flessuosa, con gli occhi verdi e labbra di corallo e le margherite intrecciate nei lunghi capelli castani.
Poi faccio ciao-ciao con la mano all’autista:
-Grazie infinite per aver effettuato una fermata straordinaria solo per me! È stato davvero gentilissimo! Buona giornata!-
-Si figuri, signorina, buona permanenza. Come si fa a negare un piccolo favore a una ragazza graziosa come lei?-
E, accidenti!, ecco che le guance si imporporano all’istante, perché non è mai facile per chi come me, non è stato mai abituato a riceverne, incassare un complimento senza sentirsi a disagio.
Così quella strana ragazza che sembra un frullato misto tra una figlia dei fiori anni settanta e Mary Poppins, comincia a vagare per il centro della città trascinandosi dietro due enormi valige rosse in cerca di qualcuno a cui chiedere indicazioni.
Un negozio aperto mi guida come un faro: sull’insegna c’è scritto
Sartoria Amanda - confezioni & riparazioni
Una donna è china su un tavolo, di sbieco rispetto alla porta, intenta a tracciare segni su una stoffa col gessetto.
-Buon giorno, signora, scusi il disturbo.-
Quella alza lo sguardo e mi fissa strana.
È una tipa anonima, né bella né brutta, né alta né bassa, né magra né grassa, dai capelli castani freschi di permanente, come s’usava nei bei tempi andati.
-Sa, sono appena arrivata qui in città, e avrei bisogno di qualche indicazione. Mi chiamo Maga Ciokkolata… cioè, voglio dire Artemisia, Artemisia Ciocchi.-
Tendo la mano che quella prende nella sua mezzo decimo di secondo, prima di ritrarsi d’un passo per osservarmi meglio.
-Vengo da Prato, in Toscana…-
-Toh, pensavo da Prato in Calabria.- dice l’altra, e sorride, ma sempre in un modo strano.
-…. e ho preso in affitto un adorabile casetta a due passi dal fiume, con tanto di camino a legna e giardino davanti. Chissà magari ci saranno tante farfalle e coccinelle, quando arriverà la buona stagione!-
Mostro la foto che a furia di leva e metti dalla borsa e dalla tasca s’è stropicciata tutta. Con un cenno della mano, la tipa mi fa segno che la vuole vedere.
-Oh, la foto? Certo, eccola qua. Non è un sogno? Sono talmente eccitata all’idea di trovarmela davanti da non ricordarmi più nemmeno come mi chiamo. Sa mica indicarmi come ci arrivo?-
-Ma non ci posso credere!- sbotta lei, e si batte due volte la mano sulla fronte.
-Questa è la Bicocca Muschiosa!-
Stavolta la sarta non sorride: ghigna. Si vede che cerca di trattenersi quanto può ma alla fine sbotta. Si piega in due e comincia a ragliare come un asino sventrato.
-Signorina ma lei di cosa si occupa nella vita? Di ristrutturazione ruderi?- riesce a chiedere alla fine, quando riacquista un minimo di controllo, asciugandosi le lacrime come se fosse appena finito il funerale del gatto.
Lì per lì non colgo la battuta: a volte, occupato com’è a fantasticare, il mio cervello fatica un po’ a seguire le faccende più terra-terra.
-Di cosa mi occupo nella vita? Ecco, è questa è una domanda alla quale mi viene un po’ difficile da rispondere.- balbetto, mentre comincio a massaggiarmi le tempie coi polpastrelli degl’indici, come mi viene spontaneo fare quando cerco di concentrarmi.
-Diciamo che mi mantengo scrivendo favole per bambini e sono in cerca di un luogo appartato e tranquillo dove si possa liberare la mia fantasia.-
-Ah, se cerca un posto appartato, vada tranquilla, cara la mia maghetta, che la Bicocca fa proprio per lei.- commenta la donna, schiarendosi la voce come se s’approntasse a chissà quale discorso.
-Quanto a scrivere le sue fiabe, converrà che prima ci dia dentro di cazzuola, calce, pennello e vernice, se non vuole dormire in un posto pieno di spifferi, una specie di tana per volpi e topi di campagna!-Per arrivarci, appena fuori dalla porta, imbocchi via Cadorna, che comincia qui, sulla sinistra. La percorra tutta, fino ad arrivare in piazza Binda, e prosegua dritta seguendo il suo naso, finché non passerà sotto l’arco delle mura. Appena fuori troverà San Rocco, una chiesetta antica, la tenga a sinistra e vada avanti ancora per un chilometro buono, attraversi il ponte sul Traglio e si troverà Via di Finimondo. Sulla destra, tra un distributore chiuso da vent’anni e una casa cantoniera, sotto un lenzuolaccio d’edera secca e muschio, troverà la sua casetta delle fiabe.-
-Ma qui sopra…- ribatto, riprendendomi la foto da quelle dita fini e nervose come quelle d’un pianista.-
-Eh, cara mia, cosa le ho da dire, se non che a volte il photoshop fa più danni che lo sparo di uno schioppo?- taglia corto quella e, come se niente fosse, si rimette a passare il gesso sulla stoffa facendo capire che per lei il discorso l’è bello che finito là.
Uscii dalla sartoria ringraziando educatamente e scandendo un gra-zie sillabato e poco convinto girai gli occhi al cielo e sospirando mi dissi tra me e me
–Ma dove diamine sei finita Arte? Stai a vedere che anche questa volta l’hai fatta grossa!- mi dissi tra me e me, poi scoppiai in una sonora risata.
Infine mi avviai, a passi lunghi e ben distesi, verso ciò che il destino teneva in serbo per me.
Qualunque cosa fosse.cc