Turiddu Lumia figlio di Tanu (di Silvio Aparo)

Dicembre 14th, 2008

smaltimento-immondizia.jpg     Stava immobile tutto il giorno, indomito e battagliero, osservando un deserto di rifiuti, a rintronare come un cammello africano sotto il sole afoso della torrida estate sicula. “…minchia cchi cauru!” mormorava spesso tra sé Gaetano Lumia, custode della discarica abusiva di Cantalupa, lontana cinque chilometri dal paesino di Santomonco.

 Tutti lo conoscevano come Tanu Limuni,  “U vecchiu ra Munnizza”, e vecchio lo era senz’altro. Non si contavano più le voci che lo volevano centenario. Chi parlava di centodue, chi di centocinque, chi addirittura di centodieci anni suonati.

Solo gli anni però! Di certo un fine cervello doveva ancora possedere.

Pare, infatti, che chiunque avesse, in qualche strana maniera, avuto modo di poter scambiare due chiacchiere col venerando vegliardo, non finiva di riferirne le straordinarie doti di acribio cuntaru!

E fu così che quell’angolo di sudiciume si trasformò, col suffragio della mediocrità umana, in uno scorcio di profumato paradiso del verbo. Un frizzante via vai di persone, anche provenienti dalla provincia, che in quel martellante parolaio, misto di visioni, mormorii e baggianate, credeva a suo modo di aver trovato risposte concrete alle numerose e radicate incertezze del quotidiano vivere. Tanu Limuni cuntava! Per lui tutto era così naturale che non si accorse di essersi trasformato in una vera e propria leggenda vivente…

Ci andava di nascosto il sindaco per raccogliere le segrete speranze dei suoi cittadini. Ci andava perfino il parroco e la sua corte per armare l’omelia e le azioni contro le inaccettabili convinzioni dei superstiziosi che, guarda caso, occupavano spesso i primi posti della consorteria. Insomma nessuno, dal primo cittadino all’ultima casalinga, seppe resistere al sibillino richiamo del Trash!

Le cronache, incerte sull’origine della fonte ancorché granitiche nel loro inossidabile e spietato accadere, riportano, non senza una piccola nota di sdegno da parte dei più ortodossi, che proprio sul finire di quella mefitica estate Tanu Limuni fu trovato cadavere allo stesso e identico modo di come aveva passato la vita: seduto sul suo trono, indomito e battagliero, con un fiore di plastica tra le dita di una mano e un tetrapak nell’altra; placidamente attanagliato nel rigore della madre morte.

La successiva estate, il ventisettesimo giorno del mese di agosto, fu ufficialmente istituita, in memoria do “Vecchiu ra Munnizza”, la “I Edizione della Festa del Rifiuto”. Tutti i cittadini, coordinati dal Comune, nella persona dell’assessore alla nettezza urbana, e dalle associazioni territoriali, furono coinvolti, attraverso l’accumulo di materiale di recupero e di riciclo, nella realizzazione di composizioni artistiche liberamente ispirate alla figura del cavaliere Gaetano Lumia. Un apposito comitato, costituito dai più vicini dignitari di corte del fu “Zzu Tanu”, giudicò i più meritevoli premiandoli con un quintale di popò fresca di vacca, da spartire rigorosamente in parti uguali.

Fu così che, nel tempo in cui tutto il mondo si arrovellava in inutili e complesse discussioni sulla pace, la guerra, le ingiustizie e la fame, nel piccolo e sperduto paesino di Santomonco la gente continuava imperterrita a condurre, festosa, una tranquilla e serena vita di merda.     

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Io invece mi chiamo Turiddu, Turiddu Lumia, e di Gaetano, detto Tanu Limuni, detto anche “U vecchiu ra Munnizza” sono il figlio ormai sessantenne.

Abito da poco più di due anni a Monteselva, dove decisi di stabilirmi quando per un sgarro da poco due picciotti impazienti e immaturi  decisero di fare uno scherzo a mio padre: con una siringa iniettarono due dita d’arsenico nel tetrapack col latte scremato di cui tanto era ghiotto il mio sfortunato genitore che, altrimenti, di morire proprio non ne avrebbe mai voluto sapere.

Appena arrivato qui mi resi conto che anche qui alla gente non bastano le discariche regolamentate, dove per abbandonare un frigorifero o un televisore, o qualche sacco d’inerti da cantiere bisogna pagare una tassa, e di infilarci dentro qualche bidone di olio lubrificante non se ne parla nemmeno.

Ci vogliono quelle libere, quelle dove ci si può lasciare di tutto senza dare giustificazioni  a nessuno. Quelle abusive, come

quella che gestisce il sottoscritto, Turiddu, figlio di Gaetano, ultimo esponente di una famiglia che ‘a munnizza l’ha sempre tenuta nel sangue, anzi, int’u diennea, come dicono oggi.

Se volete venire a trovarmi io ci sono quasi sempre insieme ai miei cani, due rottwailer e tre pitbull, che fanno a gara ogni giorno a chi tocca di essere più incazzato: cercate una baracca tirata su in uno spiazzo sterrato alla periferia sud, lungo via Parma, al terzo chilometro, subito dopo il vecchio dazio.

E se trovaste qualche difficoltà a trovarmi, non vi preoccupate:  mettete il naso fuori dal finestrino e annusate bene: vi guiderà la puzza.  

Matilde -e Gerardo- Vicenzi (di Stefania Marello)

Giugno 1st, 2008

matilde-gerardo-vicenzi.JPG      Avete presente quella vecchia canzone di Adriano Celentano, che negli anni sessanta spopolava alla radio e nei juke-box? Quella che dice “Siamo la coppia più bella del mondo”?

Beh, Gerardo ed io siamo così: belli, alti, ricchi, intelligenti, frequentatori esclusivi di gente come noi. Anche se io, lo ammetto, ultimamente mi sono un pochino appesantita. Direi arrotondata. Le mie forme si sono fatte più mature, in un certo senso più attraenti… Del resto 89 chili distribuiti su un metro e settanta non sono nemmeno tanti, no?

 Gerardo ed io siamo sposati da oltre dieci anni. Abbiamo la stessa età, trentasette anni. Stessa classe sociale, stessa origine, stessi gusti e convinzioni.  

Siamo di Piacenza. Imprenditori entrambi i nostri padri: il mio ha un’azienda vinicola e il padre di Gerardo è stato il ‘patron’ della VicenziSanitari & figli. Il mio vecchio suocero, quando si è reso conto che Gerardo era più interessato alla politica che alle ceramiche e ai lavelli, ha deciso di lasciare l’attività all’altro figlio e di ritirarsi nella sua casa di Lugano. 

Gerardo, amico del sindaco di Monteselva con il quale andava a sciare sulla Cisa, ha accettato l’invito a candidarsi per il Consiglio Comunale. Ora è assessore e perciò ci siamo trasferiti qui a Monteselva, in uno splendido appartamento nel centro storico, in una casa d’epoca.  

Non abbiamo avuto figli, ma, se devo essere sincera, non mi mancano. Detesto il disordine, i cambiamenti, il rumore, gli imprevisti. Mi piace che tutto sia sempre perfetto, in casa e fuori. Questa mia visione della vita mal si concilierebbe con la presenza di un mocciosetto vivace, per quanto educato possa essere. Anche Gerardo è del mio parere, tanto più che lui, causa i suoi numerosi impegni, avrebbe poco tempo da dedicare ai figli. 

Ecco, questa è l’unica nota dolente nel nostro matrimonio e nella mia vita: l’assenza di Gerardo. Lo vedo durante i pasti e nemmeno tutti.  

Mangiando conversiamo qualche minuto, dopo di che si alza, posa il tovagliolo, mi bacia sulla fronte e dicendo

-Amore, scusa, devo andare. Non hai idea di che giornata mi aspetta in Comune oggi…-

se ne va. 

Ultimamente sono piuttosto inquieta, faccio strani sogni e qualche volta mi chiedo se… forse… sia possibile… che lui… è solo un’ipotesi naturalmente, ma… 

GERARDO, GIUDA BASTARDO; SE SCOPRO CHE MI TRADISCI TI FACCIO SECCO CON LE MIE MANI!!!

Salvatore Mancuso (di Lorella De Bon)

Maggio 16th, 2008

calendario_01.jpg   (Attenzione: questa immagine è tratta dal calendario 2001 edito  dall’Arma  dei  Carabinieri) 

 

Veniamo alle presentazioni. Il mio nome è sufficiente a dire che non sono nato a Monteselva, bensì in un paesino come tanti giù nel profondo Sud.

 

Mio padre era carabiniere e fin da piccolo io sognavo di diventare come lui. Così è stato, a suon di sacrifici e bastonate (più prese che date). Una volta in pensione, e poco prima di morire, papà riuscì a vedermi in divisa. Era commosso, ovvio. Fu la prima volta che lo vidi piangere dopo anni, dopo quella volta in cui morì di cancro il suo collega Amedeo. Un figlio nell’Arma era la cosa più bella che gli potesse succedere.

 

Per me, invece, fu una tragedia. Ben inteso, sono orgoglioso di vestire la divisa da carabiniere, ma questo mi è costato troppo. Per farla breve, durante un’operazione congiunta con la polizia, volta a catturare un capo clan mafioso, mia moglie Cristina –anch’essa appartenente all’Arma– venne colpita a morte da un poliziotto. Non mi va di raccontare cosa successe dopo: le indagini interne, una giustizia lunga e “ingiusta”, le pressioni affinchè il caso fosse insabbiato, le minacce esplicite tipo lettere minatorie e le telefonate mute. Fatto sta che chiesi di essere trasferito il più lontano possibile, non per vigliaccheria, ma per evitare un esaurimento nervoso e forse un suicidio (ho un carattere forte, ma non sono invincibile).

 

E così, eccomi a Monteselva. Sono qui da pochi mesi, maresciallo in servizio presso la locale Stazione dei Carabinieri in Via Pellegrini di Francia, proprio accanto alla scuola “Sandro Pertini”. Sopra gli uffici c’è un piccolo appartamento dove mi sono sistemato. Tre stanze in tutto (camera, bagno e cucinino), più che sufficienti per un vedovo senza figli e senza velleità matrimoniali.

 Inutile dire che il mio rapporto coi colleghi poliziotti non è dei migliori.

A detta dei miei sottoposti, sono un comandante giusto e disponibile. Quelli a cui metto le manette, invece, mi ritengono uno sporco bastardo. Io aggiungo che cerco di essere come mio padre: un carabiniere integerrimo e fedele all’Arma. Ho un altissimo senso del dovere e se perdo le staffe significa che ci sono degli ottimi motivi per farlo.

 Dopo la morte di Cristina non ho più frequentato una donna, nemmeno per un caffè. Eppure, sono un bell’uomo a detta delle cittadine di Monteselva (si sa, qui le chiacchiere circolano a velocità supersonica!). Questo mi fa piacere, ma al momento il mio unico interesse è per il lavoro. 

Il mio migliore amico si chiama Raimondo Ranieri. Il capitano Ranieri. In comune abbiamo il fatto di essere carabinieri, anzi, bravi carabinieri, e di avere “sacrificato” una parte importante della nostra vita per colpa di un mestiere che col tempo è diventato sempre più difficile da esercitare. Lui, però, ha un carattere diverso dal mio. Io parlo poco e malvolentieri del mio passato, io vivo ancora immerso nei ricordi e non mi lascio più coinvolgere emotivamente. Lui, invece, vive ogni attimo presente come fosse l’ultimo e si emoziona come un bambino. Io riesco a rimanere distaccato anche davanti ai casi più pietosi, mentre lui ne rimane invischiato sino a perderci le notti e il sonno.

Ci compensiamo io e Raimondo. E ci comprendiamo.  

 

Teresa Minghetti (di Lorella De Bon)

Aprile 10th, 2008

teresa.jpg    Sapete, non mi va mica tanto giù questa storia delle presentazioni obbligatorie. Ho il sacrosanto diritto di iscrivermi all’anagrafe di Monteselva senza dover raccontare in giro i fatti miei. Ma a quanto pare questa procedura è obbligatoria per ottenere la cittadinanza, quindi… 

Cedere di fronte alle angherie del prossimo mi ha sempre fatto imbestialire sin da piccola. Figuriamoci adesso che, sulla soglia dei sessant’anni, non sopporto nemmeno il suono delle campane.

Non posso credere di essere arrivata a questo punto.

Io, che ho sempre frequentato assiduamente la chiesa. Io, che ancora oggi non salto mai una funzione domenicale, un funerale, un rosario. I matrimoni no, quelli li evito come il diavolo l’acquasanta. Che io non mi sono mai sposata dopo quel fatto di Erminio di quarant’anni fa. 

A vent’anni non ero da buttare via, anche se in cuor mio pensavo di avere un aspetto così anonimo da non solleticare gli istinti maschili. Invece, Erminio si accorse di me e iniziò a farmi una corte spietata. Me lo trovavo davanti ovunque andassi, anche al camposanto. Il fatto è che avevo altro a cui pensare. Dovevo assistere mamma, inferma a causa di una grave malattia. Ah, quanto penò il mio povero Erminio pur di strapparmi un bacio, quella sera nel fienile. Un bacio soltanto, che però mi fece innamorare di lui.  

Innamorata e abbandonata.

Sì, perché Erminio dopo qualche mese se n’è andato in Francia a lavorare in un’impresa edile importante, che qui era difficile trovare un impiego dignitoso. Dopo qualche lettera e due o tre cartoline, il silenzio. Cinque anni fa, per caso e tramite un’amica comune, ho saputo che è morto, lasciando moglie e due figli in miseria. Il mio primo pensiero, alla notizia, è stato quello di avere evitato una sicura vedovanza. 

Dopo Erminio, però, c’è stato il vuoto assoluto. Non mi sono mai più fidanzata.

Dopo la morte della mia povera mamma, ho votato la mia intera esistenza alla chiesa e a Dio nostro Signore. Lui sì che è un Uomo affidabile, buono e generoso. Lui mi ama incondizionatamente. A lui non interessa il mio aspetto fisico. Perché io non sono una donna appariscente, tutt’altro.  E con gli anni mi sono chiusa in me stessa e il mio corpo si è come ristretto, ridotto all’osso. Sono piccola, anche se ben proporzionata, i capelli grigi, anche se ben curati. Non mi trucco mai. Il mio sguardo triste colpisce  negativamente la gente, che pensa che io sia una persona timida e sottomessa. Niente affatto! Io non devo rendere conto a nessuno, se non al Signore nostro Dio.  

Insomma, amo Dio con tutta me stessa, corpo e anima. Solo a lui confido le mie ansie, le mie paure, i miei sogni. In lui ho riposto la mia vita. A lui parlo giorno e notte, con la voce e col pensiero. E lo vado a trovare ogni giorno al Duomo o a San Rocco, certa di ricevere sempre una parola buona, un’emozione unica e indescrivibile. Lui è pura Luce. Lui è puro Amore. Lui è Vita.  Lui è la mia vita. Nessuno, dico nessuno, deve frapporsi tra me e il Signore.  

Nessuno deve rovinare il nostro rapporto. Nessuno, capito?  Altrimenti …  

Daniele Trabucco e Emyla Kounichuk (di Stefania Marello)

Aprile 10th, 2008

matr-03-bis.jpg 

Monteselva la conosco fin troppo bene, per il semplice fatto che ci sono nato e cresciuto. Da bambino ho giocato fra strade e cortili, androni e portici di questa piccola città, ma ancora oggi non saprei se definirla bella o brutta. 

È la mia e tanto basta. 

In questi luoghi ho frequentato l’istituto tecnico, ho baciato la mia prima ragazza su una panchina ai giardini di via Cadorna, ho litigato coi miei genitori, ho sofferto per rabbia e per amore, ho desiderato una vita migliore. Ho desiderato evadere, spiccare il volo verso chissaddove, alla pari di tanti miei coetanei, del resto. Ma alla fine, come quasi tutti loro, sono rimasto qui, in uno stato perenne di attesa, come se il destino mi riservasse, prima o poi, qualche cosa di grande e di bello. 

Oggi ho 34 anni e lavoro presso l’amministrazione comunale. Sono un bell’uomo, alto, bruno. Un po’ robusto, magari, ma non soprappeso.  

Quando è entrata Emyla nella mia vita ho avuto la certezza che il destino tanto atteso si fosse compiuto.Emyla è una … già, come posso definirla? Una giovane immigrata dall’Ucraina in cerca di lavoro e fortuna? Una donna bellissima?  No, troppo semplice e limitativo.  Emyla è un cataclisma, una forza distruttiva che contiene nello stesso tempo il rimedio, il linimento di ogni ferita. Mi rendo conto che posso sembrare pazzo  a scrivere queste cose, ma è quello che provo. Se mi devo attenere ai fatti dirò che ci siamo fidanzati e dopo pochi mesi ci siamo sposati nella chiesa di san Rocco, dove don Terenzio ha accettato di battezzarla e cresimarla in tutta fretta (ovviamente lei non era di religione cattolica) affinché potessimo sposarci con rito cattolico.  Questo ha calmato in parte l’ostilità dei miei genitori. Perché se ormai da parecchi anni si vedono immigrati a Monteselva, io credo d’essere stato il primo a sposarne una.  

In realtà Emyla non è mai stata veramente mia. E non chiedetemi di essere più chiaro, di spiegarvi meglio questa sensazione, perché non ci riuscirei. Dovete accontentarvi di questo. Quindi dirò solo che qualche volta lei diventa strana… come assente. Magari sta mangiando seduta davanti a me, ma è come se fosse altrove. Allora allungo una mano sul tavolo a toccare la sua: lei mi guarda con quei suoi occhi color del cielo, orlati da lunghe ciglia bionde, ma ci mette un po’ a mettermi a fuoco. Poi mi sorride, di nuovo tenera e complice. Anche dopo il matrimonio, benché io non fossi d’accordo, ha voluto continuare a lavorare come bracciante da Polichetti, che ha una cascina e dei terreni fuori Monteselva. “Sono forte”  ha detto sorridendo con il suo accento slavo  “in Ucraina donne lavorano più tanto di qui…”  Qualche volta è successo che non è ritornata a casa la sera. La prima volta sono impazzito a cercarla, finché l’ho trovata al cascinale dove lavora, nella stalla, con Polichetti e il veterinario ad assistere al parto di una giumenta. Le dissi di avvisarmi con il cellulare in questi casi. Da allora, quando capita, mi manda un breve sms: ‘a casa domani’. Ora lei aspetta un bambino. Sono al settimo cielo per questa inattesa paternità e anche lei sembra felice di diventare mamma.

Dico ‘sembra’ perché la certezza di che cosa pensi Emyla non l’avrò mai.

Don Terenzio Respighi (di Stefania Marello)

Aprile 7th, 2008

don-terenzio.jpg   Sono stato mandato qui a Monteselva  quattro anni fa dalla Curia di Piacenza, dopo che don Franco era morto di cirrosi. Il povero don Franco, oltre ad essere astemio, mangiava pochissimo e sempre scondito, ma naturalmente i fedeli frequentatori della parrocchia ne raccontarono di cotte e di crude sul suo presunto attaccamento alla bottiglia.
Il fegato, purtroppo, può ammalarsi anche per altre cause e loro, le Malelingue di Monteselva Oscura, come le chiamo io, lo sapevano, ma non potevano lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta per praticare il loro sport preferito: la calunnia sincronizzata.

Ora che ci penso, dopo don Franco e prima di me ci fu don Leo. Si chiamava al secolo Leonardo Lavinci  (con questo nome non doveva essersela passata tanto bene da bambino), ma a San Rocco durò meno di una stagione.

Don Leo era giovanissimo e si dedicava molto, forse troppo, ai ragazzini dell’oratorio, più per affinità  che per vizio, essendo ancora lui stesso un ragazzo, che si divertiva come un matto a dare quattro calci al pallone.

Inutile dirlo, la malelingue animarono le malepenne, che scrissero al vescovo, che richiamò don Leo, che aveva trascurato le funzioni per arbitrare l’amichevole Vis San Rocco- Robur San Gioacchino. Le cose a Monteselva vanno a finire così, come  alla Fiera di Mastro Andrè: in fondo alla catena c’è sempre una vittima sacrificale.

Comunque anche per me all’inizio non fu facile.

Don Piero, il parroco di questa gloriosa e antica chiesa che è il Duomo di Monteselva, era ed è una specie di santo vivente. Persona cristallina, autorevole e irreprensibile sotto ogni punto di vista, tanto che le M. di M.O. (le malelingue di cui dicevo prima) si sono rassegnate; di fronte a un tale personaggio la maldicenza è un po’ come lo sci quando manca la neve: non si può praticare.

Così tutta l’attenzione era rivolta a me, semplice sacerdote e ultimo arrivato, per di più, e io ero perennemente preoccupato di fare o dire qualcosa a cui potessero appigliarsi per ricominciare il gioco al massacro.
Ebbene sì, lo ammetto: a me le donne giovani e belle piacciono ancora. Ho quarantaquattro anni, sono alto, atletico, di bell’aspetto e sotto la tonaca sono un uomo come gli altri.
Perché, a dirsela proprio fuori dai denti, non è mica che, una volta che si prendono i voti, certi istinti spariscano miracolosamente. Anzi, il più delle volte per noi sacerdoti è ancora peggio che per gli altri.  Quando siamo nel confessionale e ascoltiamo le lussuriose storie di certe belle figliole di buona famiglia (e il sottoscritto è più che sicuro  che alcune di loro se le inventano di sana pianta per esibizionismo, sfida alla morale o Dio sa per cos’altro) non è facile restare casti e puri come imporrebbe la regola.
Ma alla lunga ci si fa l’abitudine: prima si ascolta in silenziosi ascolta, poi si dispensano i soliti consigli per evitare le tentazioni, e per concludere qualche Ave, Pater e Gloria di penitenza.
 E via! Avanti un altro. Ma quando ormai mi sembrava di essermi guadagnato la stima e l’approvazione di quasi tutto il paese, un giorno di maggio dell’anno scorso entrò in chiesa una giovane ucraina dagli occhi smarriti: alta, bionda, bellissima.
Venne a confessarsi anche lei, ma quella volta, alla fine, la penitenza la recitammo insieme.
 

Tiberio Basile (di Giancarlo Montalbini)

Marzo 14th, 2008

chiesa-di-maurice-2.jpg     Caro don Maurice, noi non ci conosciamo, o meglio, tu probabilmente non ti ricordi di me, ma io sì.

Ho conosciuto tua mamma Emma e il tuo papà adottivo Carlo quando erano al Lac du Dramont, ed è un po’ come se ti avessi visto nascere.  

Tranquillo, non ho niente a che vedere con le sette sataniche, sono stato solo un testimone invisibile di quelle vicende drammatiche, e invisibile sono voluto rimanere per tutta la mia vita e per tante persone che mi sono passate accanto senza rendersi conto della mia presenza: tutto sommato essere così anonimo e incolore non mi pesa e anzi, in tante occasioni è comodo e ha i suoi vantaggi.  

Ma torniamo a noi.

Dopo che Carlo è scappato con te in fasce vi ho persi di vista.  Mi sono perso anch’io per mille strade che non portavano da nessuna parte. Ho imparato a vivere alla giornata, di espedienti, senza una casa e senza un lavoro stabile, senza sicurezze né certezze, non so ancora bene se alla ricerca di qualcosa o di me stesso.  

E comunque, ancora oggi, che sono arrivato all’alba dei sessant’anni, non mi sono ancora ritrovato.

Da buon viandante ho però anche imparato che l’andare è più importante dell’arrivare, le tappe intermedie essenziali più del traguardo, che quando ci arriveremo non avremo certo tempo e modo di godercelo. 

Monteselva potrebbe essere la prossima tappa?  

Lo spero, anche perché ho bisogno di riprendere fiato e riposarmi un po’.  Scoprire che sei parroco a S. Maria della Fonte è stata una sorpresa e forse anche un segno, o almeno voglio crederlo.  

Senti, non è che hai bisogno di un sagrestano?  

Credenziali da offrirti non ne ho e nemmeno referenze di qualche notabile. Da tempo le mie frequentazioni sono vagabondi e persone che vivono sulla strada, ma ti assicuro che molti di loro sono più rispettabili e affidabili dei benpensanti con i loro conti in banca.

Quello che mi sento di prometterti è che la chiesa sarà sempre in ordine e che per le piccole riparazioni in canonica non cui saranno più problemi, visto che so fare un po’ di tutto.  Per i servizi liturgici sono rimasto alla messa in latino, ma ai tempi facevo il chierichetto e me la cavavo bene, e poi magari chissà, prima o poi un papa deciderà di fare marcia indietro e tornare alle antiche tradizioni.  

Non so come sei messo con la perpetua, ma sappi che, all’occorrenza, so cavarmela anche in cucina e nelle faccende domestiche, abituato come sono a sbrigarmela da solo.   

Certo non sono uno stinco di santo, ma in compenso sono discreto, poco invadente e, soprattutto, non tradisco mai gli amici e la parola data.  Ti chiedo solo una stanzetta nel sottotetto, un letto, e una buona parola con il sindaco di Monteselva per la residenza.

Posso contarci? Magari uno di questi giorni vengo a fare una chiacchierata.

A presto!

 Nota degli impiegati del catasto: questo era soltanto un “commento” alla presentazione di Maurice Taviani. Ma ci ha colpito talmente tanto che abbiamo deciso di “promuoverlo” (col consenso del sindaco Tirabassi)  a nuovo cittadino di Monteselva. Quanto all’assunzione da parte del parroco di S. Maria alla Fonte… staremo a vedere come si evolverà la situazione.

Domenico Pregadio (di Simone Fanni)

Febbraio 16th, 2008

  

  Tranquilli, mi trovo qui a Monteselva solo di passaggio.

  Dove abitavo prima stavo parecchio sulle palle alla portinaia, al suo gatto e anche a  quasi tutti gli altri inquilini.

A certi perché sono uno storpio, un nano a rotelle, sono un nano sulla sedia a rotelle. Giuro che ci sono un mucchio di persone alle quali gli storpi stanno sulle palle solo perché sono storpi. Una volta mi sono sentito dire che era ora di smetterla di dare la pensione agli storpi. La mia pensione è misera, non ci pago neppure l’affitto. Se non fosse per il mio lavoro, non mi sarebbe rimasto altro che la canna del gas.

Invece ad altri sto sulle palle proprio per il mio lavoro. Sono un regista di film porno, il mio è un pubblico di nicchia, insomma qualche aficionado ai reality fetish movies c’è sempre in giro e così posso chiudere il mese all’incirca dieci volte su dodici.

Spiego di cosa si tratta. Gli attori sono dilettanti, gli uomini spesso hanno la pancia grossa e le donne hanno la cellulite e questo per esigenze di budget, sono quelli che mi costano meno. Tutti, sia i maschietti che le femminucce, hanno la fissa per certi giochetti durante i quali si fa colare della cera calda nei paraggi dei seni di lei, oppure si piazzano in veloce sequenza tre o quattro mollette per stendere la biancheria nel coso di lui e magari dopo si prende un frustino da fantino e avanti a colpire le natiche di un’altra lei, eccetera, eccetera.

Nei miei film ci sono tre regole da rispettare:

Regola numero 1: gli attori sono maggiorenni.

Regola numero 2: gli attori sono consenzienti.

Regola numero 3: gli attori non vedono il becco di un quattrino prima dalla fine delle riprese.

  Pregadio è uno di quei cognomi che le suore appioppano ai trovatelli, si tratta proprio del mio caso. Insomma non ce l’ho una famiglia. Meglio così, la famiglia è il posto più pericoloso che ci sia, le statistiche dicono che in famiglia si consumano la metà dei reati di questo paese. Visto che la famiglia non me l’hanno concessa, me ne sono fatta una. Naturalmente è una famiglia sicura. La mia famiglia è Il Chimico, è uno cresciuto con me dalle suore. Non escludo di invitarlo ora che mi sono trasferito qui.

Oddio, trasferito… andiamoci piano col trasferito, come mi sembra di avere già detto sono qui solo di passaggio.

Sono venuto a cercare gli attori per girare uno snuff. Lo snuff si vende sempre bene. Per chi non sapesse cosa sia uno snuff, adesso lo spiego.

Uno snuff è un film porno durante il quale qualcuno muore. Se muore per finta non occorrono tanti soldi, solo un po’ di più di quelli che servono per fare un mio film tradizionale perché dentro si devono infilare un po’ di effetti speciali. Ma quando qualcuno muore davvero è necessario sganciarne un mucchio per poterlo girare. Li intasca il pappone che ha vinto l’appalto per il reperimento della puttana straniera più giovane, carina e clandestina, ovvero una sfigata appena arrivata nel nostro paese che qualora dovesse sparire dalla circolazione, le uniche persone ad accorgersi della sua mancanza sarebbero solo quelle che sanno tenere il becco sigillato. La vittima dello snuff non è mai informata di quanto debba accaderle, salvo i casi in cui dichiari espressamente la volontà di decedere, ma io di questi casi non ho memoria. Quindi, le si danno un bel po’ di banconote il giorno prima del film dicendole che l’altra metà la potrà avere solo se sarà capace di far divertire adeguatamente il pubblico. Finalmente arriva il grande momento. La puttana entra in scena, eventualmente si accoppia con uno o due attori ma quasi sempre nel giro di pochi minuti è già legata e assolutamente vulnerabile. Non è detto che la vittima prenda atto della compromettente situazione nella quale è stata cacciata, anzi è un’eventualità molto rara. Spesso crede che la canna gelida della P38 che le sta accarezzando la nuca sia quella di una pistola giocattolo, o magari di una pistola scarica. E subito dopo, bang, la bella è spedita al Creatore senza neppure accorgersi.

Per me, in questi casi (ahimé i più frequenti) si tratta di uno spreco di vite. Se snuff deve essere, che snuff sia, ma che sia uno snuff con una vittima consapevole. Solo in questo modo negli occhi della persona che sta per morire potrà vibrare la luce del terrore, che è quella cosa che induce la vera eccitazione.

Per esempio, riprendiamo il caso della canna della P38. Metti di avere sequestrato il gatto della portinaia. Se prima di sparare alla puttana, con la stessa pistola fai fuori quel maledetto animale, lei realizza che non si tratta di un’arma giocattolo e non può fare a meno di accendere negli occhi la luce del terrore.

Amelia Bianchini (di Renata Maccheroni)

Gennaio 31st, 2008

amelia-bianchini.JPG

Sono ligure da generazioni, pur se contaminata da madre piemontese.  Uno dei pochi peccati che mi porto appresso, per di più di “carattere genetico”,  che fa tanto trendy. 

Avrei cinquantanove anni, però ne ho cinquantatre. Disguidi anagrafici, sommovimenti vari, assenteismo strisciante, burocrazia frenetica hanno fatto il loro sporco lavoro e, chissà come chissà mai, di primavere ne conto sei in meno. Con quello che succede in Italia è il minimo indispensabile per sentirsi cittadini onorevoli.

Vivo in quel di Monteselva da un anno, precisamente da quando mio marito Domingo Barbagelata decise di passare ad altra vita, se migliore o peggiore non è mai tornato indietro a riferirlo, ma questo è un suo tipico difetto, preferisce morire piuttosto che dare una soddisfazione. Soprattutto a me, moglie fedele nei limiti del possibile.

Insomma, un mese dopo la dipartita del Mingo, mi ritrovai in eredità un piccolo appartamento sito non troppo lontano dal centro di questa (amena?) cittadina che, in confidenza, non avevo mai sentita nominare in precedenza.

Però, siccome le mie frequentazioni vagavano su Montecarlo, potei tranquillamente affermare che metà paese lo conoscevo già (ah! ah!) e non ebbi difficoltà a portare qui i quattro stracci rimasti, ché i vizietti del mio consorte non si contavano più e la sottoscritta non arrivava alla quarta settimana del mese ben prima dell’insediamento di tal Romano da Bologna.

Sì, si era mangiato tutto il resto, il Mingo, dal verde dei tavoli da gioco a quello delle mie tasche, sicché tutto ciò che è rimasto è questa casetta di cui ho avuto notizia solo post mortem di quel gabibbo di mio marito e un emolumento Inps che mi consente di mantenere il fisico snello e asciutto senza neppure bisogno di ricorrere a un personal trainer.

Qui a Monteselva non ho parenti, e neanche altrove, per dire la verità: un’anziana cugina del defunto è anche lei ita da un bel pezzo e di altri consanguinei -dal primo al diciottesimo grado- non ho notizia alcuna.

In un anno poche le amicizie strette, sempre che di autentiche amicizie si possa parlare. Dato il pessimo stato di conservazione dei tubi di scarico l’Aleramo era venuto in casa più d’una volta a vantare le proprie abilità d’idraulico. È un uomo piacente, Raimondo, poi a me m’ha subito fascinato il cognome: come la Sibilla, che a me di chiamarmi Sibilla Aleramo mi sarebbe piaciuto davvero tanto, chiedendo scusa al mio povero papà.

 Recandomi qualche volta al Bar della Lisa mi capita di scambiare due parole con Carolina, la sarta. Tipo svelto, tutta nervi. Lei e Lisa Martini, la proprietaria del bar, costituiscono un vero e proprio archivio vivente della cittadina, al confronto il Mossad pare roba da dilettanti.

Quindi se si vuole (del tutto innocentemente, per carità) acquisire informazioni su questo e quello, basta andare lì a gustare una cioccolata calda, per scaldarsi un poco, come facevamo sapere a chi ci guardava di sguincio il tredici d’agosto.

Lisa asserisce che sono una bella donna e, a darmi da fare, ci guadagnerei un retraité di tutto rispetto per una convivenza serena e appagante.

“Bella Bambina…” le rispondo ogni volta.

“…a lavar mutande e asciugare nasi gocciolanti c’è sempre tempo: per adesso Amelia pensa solo a spassarsela un po’.”

 Perché mica si occupa solo dei rubinetti, il Raimondo. E poi non è mica l’unico uomo della zona.  Discrezione, discrezione e ancora discrezione, questo il segreto. 

Comunque, dal mio metro e settanta di statura per sessanta chili di peso, chioma corta a riflessi rossicci, non proprio naturale devo ammettere, ma un aiutino a madre natura si deve pur dare, occhi color marrone e le cosine ancora al loro posto nonostante quella data sulla carta d’identità che gli equilibrismi meglio di una delle Orfei mi tocca fare per non mostrarla, nonostante mi porto ancora bene. E gli argomenti non mi mancano.

Il mio carattere è ligure, a tratti spigoloso come i pini modellati dal vento, a volte docile come le onde quando riposano a riva; battagliero ché non amo gli ipocriti e comprensivo, perché tutti abbiamo i nostri difetti e guai a non cercare di comprendere quelli altrui.

 Cosa mi manca? Il mare, naturalmente.

Lo cerco ogni volta che apro la finestra.

 Ma la vita questo ha offerto e io ho preso: un tetto sulla testa ce l’ho e, al giorno d’oggi (come a quello di ieri) non è mica roba da sputarci sopra.

Giampiero Borghi (Bomber) - di Mario Pirani

Gennaio 11th, 2008

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Il mio nome è Giampiero Borghi ma tutti mi chiamano Bomber. 

Ero già Bomber quando avevo dieci anni ed ero l’unico della mia età che riusciva a fare gol da fuori area. Non c’era un bambino più alto, bello e fatto bene di me in tutta Monteselva.

E, a parere di tante, non ce ne sono neppure adesso. 

Allenatori incompetenti e sfigati hanno boicottato la mia carriera di calciatore. A quindici anni giocavo nelle giovanili del Parma, da ala sinistra, e avevo già tutte le doti dell’attaccante di razza: dribbling, potenza, tiro e senso del goal.Roba che in Italia non si vede dai tempi di Tony Musante.Sembravo Stoickhov, il bulgaro, quello che poi è venuto a Parma anche lui.

Peccato che non a tutti andasse poi così a genio che avessi tanti ammiratori, sia nello spogliatoio che tra il pubblico che seguiva la squadra. Il coro era sempre quello: “Bomber facci sognare”, e al mister non se lo cagava più nessuno nemmeno di striscio.

Allora cominciò a menarla che ero lento e non facevo vita da atleta, e a mettermi i bastoni tra le ruote, facendomi mettere le radici in panchina.Ma a giocare fino in Interregionale ci sono arrivato lo stesso e anche adesso, alla bella età di trentadue anni, sono pur sempre il capitano del Monteselva in seconda categoria e alleno la squadra esordienti.  

Bella roba, me che non porta abbastanza soldi da farmi campare come dico io.

E allora ogni mattina mi alzo di buonora,  prendo il pick-up e vado a raccogliere i marocchini per portarli a lavorare sui cantieri dell’azienda edile dei miei, la Fratelli Borghi Costruzioni esserrelle. Poi, dopo che ho smollato giù gli Africa Bambata, comincio i giri per la ditta: uffici, posta, commercialista, cazzi vari. 

Già che sono fuori approfitto anche per farmi il tour delle commesse dei negozi del centro: ci sono alcune fighette giovani-giovani che potrebbero benissimo fare la televisione, senza scherzi, e il vecchio Bomber è sempre un rapace da preda.

Ora come ora ne ho fra le zampe quattro o cinque, ma l’istinto del gol mi spinge verso una in particolare: mora, tette da paura, con gli occhiali che le danno un’aria da intellettuale e un nonsoché di misterioso che me lo fa tirare da matti. 

Al pomeriggio, se non ho niente da fare, vado in azienda e controllo che tutto vada via liscio, che gli impiegati non stiano troppo tempo a menarsi il torrone alla macchinetta del caffé, o a fumare nei cessi.

Poi vado in direzione a imparare quel che c’è da imparare, perché mio padre e mio zio cominciano ad essere vecchi e prima o poi, volente o nolente, il Bomber dovrà accomodarsi nella Stanza dei Bottoni. 

Oggi però mi sento le palle girate. Me le ha ribaltatate stamattina al bar il Ravelli, quando all’improvviso se n’è uscito con quella storia che io sarei un bamboccione.Che cazzo voleva dire?Non l’ho vedevo da un casino di tempo, quel povero sfigato, al punto che manco mi ricordavo neanche più che esistesse.

Entro nel Braccio di Ferro alle dieci in punto, come ogni santo giorno, coi succhi gastrici in fermento solo ad annusare il profumo delle brioches.

“Ciao Enzo”  dico, alzando il braccio per salutare Enzo il barista.A quel punto vedo il tizio appoggiato al bancone, davanti a una tazza di cappuccino a metà. È  pelato, alto e magro, e indossa un cappotto nero lungo fino ai piedi.

“Bomber!”; mi dice, regalandomi un sorriso a quarantotto denti.  Io alzo il muso per salutarlo e intanto penso

“Ma chi è, ’sto qui?”

Poi mi viene incontro e sembra voglia abbracciarmi, ma per fortuna non lo fa, e quando ce l’ho a trenta centimetri lo riconosco.

Ma certo che è lui, Rico Ravelli, il secchione che alle medie mi faceva copiare i compiti e che non si vedeva in giro per Monteselva da duecento milioni di anni.Insiste per offrirmi la colazione e comincia a raccontarmi tutto contento che è venuto al paese a trovare sua mamma per Natale e che lui adesso vive a Parma, è sposato, ha un bambino e fa il commercialista.

“Che culo!”  penso io. Poi, siccome mi ha smosso la curiosità e voglio sapene di più, decido di dargli corda. Gli tiro una ghega amichevole sulla spalla e faccio:

“Figlio di buona donna! E così hai trovato il modo di metterglielo in quel posto a tutti, eh? Commercialista, niente meno: quando avrò bisogno per l’azienda stai sicuro che ti chiamerò.”

Lui allora sorride e mi chiede come mi va e io gli dico la verità, cioè che va bene, molto bene: aiuto mio padre a gestire l’azienda e presto il vecchio me ne intesterà un pezzo, così facciamo due società diverse e fottiamo il governo e il fisco, che non pensano ad altro che a rovinare la gente che lavora.

“Tu le conosci meglio di me queste cose.” gli dico.  Lui scuce un ghigno e fa di sì con la testa.

“In più sono capitano del Monteselva, e…”

Lascio in sospeso la frase, come fanno gli attori nei film.

“… e poi c’è la figa.”   aggiungo poi.

“Non me ne è mai capitata tanta come in questi ultimi tempi: dai diciotto ai quaranta, tutte dietro al vecchio Bomber. Come una volta. A te invece, ti tira ancora?”

A quel punto il Ravelli mi si pianta come un abete, con lo sguardo fisso sul pavimento del Braccio di ferro, sporco di pedate e briciole di brioche.

“Bomber, ti ho detto che sono sposato.”   borbotta tra i denti, come se fosse una scusa, e in quel momento lì capisco perché prima ci ho messo tutto quel tempo a riconoscerlo: è stato perché mi ha guardato in faccia, e lui, una volta era uno di quelli che non lo faceva mai, non con me almeno.

Sempre a capo chino e a voce bassa, perché quel povero stronzo per il Bomber, allora aveva un rispetto totale.

Poi si scuote e tira su la capa pelata.

“E abiti ancora con la Bianchina e l’Osvaldo?”  mi chiede.

La Bianchina e l’Osvaldo sono mia mamma e mio papà, per chi non lo sapesse.

“Certo.”  rispondo io.

“Con chi altro dovrei abitare?”

“Grande Bomber!”  esclama allora lui, visto che non sa più cosa dire.   Poi bofonchia che deve andare non so dove, che è stato un piacere incontrarmi e gira sui tacchi per andarsene fuori dalle palle.

Però, mentre tiene la porta a vetri per la maniglia, all’improvviso si volta e mi guarda in faccia.

“Ho sempre pensato che tu fossi l’emblema dei famosi bamboccioni.”

E se la fila via, speriamo per sempre.   Io e Enzo, il barista, ci guardiamo in faccia allibiti.

“E’sempre stato un gran testa di cazzo. Col passare degli anni è diventato una testa di cazzo pelata.”   commento, ma è come uno sputo di bile in un prato.

Perché, anche se non so cosa abbia voluto dire esattamente Ravelli con quelle sue ultime parole di merda, ho capito che mi ha preso per il culo, e alla grande, per giunta.  Una cosa che non mi piace.

“Perché poi?”   mi domando.

“È stato per via dell’invidia.” mi rispondo da solo.

Come il vecchio mister di quando giocavo nel Parma, e quelli delle squadre che sono venute dopo: ma è colpa mia se loro sono dei viscidi perdenti e io invece stasera uscirò con la più bella gnocca di Monteselva? 

E poi, cosa diavolo è questa storia del bamboccione?