Turiddu Lumia figlio di Tanu (di Silvio Aparo)
Dicembre 14th, 2008
Stava immobile tutto il giorno, indomito e battagliero, osservando un deserto di rifiuti, a rintronare come un cammello africano sotto il sole afoso della torrida estate sicula. “…minchia cchi cauru!” mormorava spesso tra sé Gaetano Lumia, custode della discarica abusiva di Cantalupa, lontana cinque chilometri dal paesino di Santomonco.
Solo gli anni però! Di certo un fine cervello doveva ancora possedere.
Pare, infatti, che chiunque avesse, in qualche strana maniera, avuto modo di poter scambiare due chiacchiere col venerando vegliardo, non finiva di riferirne le straordinarie doti di acribio cuntaru!
E fu così che quell’angolo di sudiciume si trasformò, col suffragio della mediocrità umana, in uno scorcio di profumato paradiso del verbo. Un frizzante via vai di persone, anche provenienti dalla provincia, che in quel martellante parolaio, misto di visioni, mormorii e baggianate, credeva a suo modo di aver trovato risposte concrete alle numerose e radicate incertezze del quotidiano vivere. Tanu Limuni cuntava! Per lui tutto era così naturale che non si accorse di essersi trasformato in una vera e propria leggenda vivente…
Ci andava di nascosto il sindaco per raccogliere le segrete speranze dei suoi cittadini. Ci andava perfino il parroco e la sua corte per armare l’omelia e le azioni contro le inaccettabili convinzioni dei superstiziosi che, guarda caso, occupavano spesso i primi posti della consorteria. Insomma nessuno, dal primo cittadino all’ultima casalinga, seppe resistere al sibillino richiamo del Trash!
Le cronache, incerte sull’origine della fonte ancorché granitiche nel loro inossidabile e spietato accadere, riportano, non senza una piccola nota di sdegno da parte dei più ortodossi, che proprio sul finire di quella mefitica estate Tanu Limuni fu trovato cadavere allo stesso e identico modo di come aveva passato la vita: seduto sul suo trono, indomito e battagliero, con un fiore di plastica tra le dita di una mano e un tetrapak nell’altra; placidamente attanagliato nel rigore della madre morte.
La successiva estate, il ventisettesimo giorno del mese di agosto, fu ufficialmente istituita, in memoria do “Vecchiu ra Munnizza”, la “I Edizione della Festa del Rifiuto”. Tutti i cittadini, coordinati dal Comune, nella persona dell’assessore alla nettezza urbana, e dalle associazioni territoriali, furono coinvolti, attraverso l’accumulo di materiale di recupero e di riciclo, nella realizzazione di composizioni artistiche liberamente ispirate alla figura del cavaliere Gaetano Lumia. Un apposito comitato, costituito dai più vicini dignitari di corte del fu “Zzu Tanu”, giudicò i più meritevoli premiandoli con un quintale di popò fresca di vacca, da spartire rigorosamente in parti uguali.
Fu così che, nel tempo in cui tutto il mondo si arrovellava in inutili e complesse discussioni sulla pace, la guerra, le ingiustizie e la fame, nel piccolo e sperduto paesino di Santomonco la gente continuava imperterrita a condurre, festosa, una tranquilla e serena vita di merda.
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Io invece mi chiamo Turiddu, Turiddu Lumia, e di Gaetano, detto Tanu Limuni, detto anche “U vecchiu ra Munnizza” sono il figlio ormai sessantenne.
Abito da poco più di due anni a Monteselva, dove decisi di stabilirmi quando per un sgarro da poco due picciotti impazienti e immaturi decisero di fare uno scherzo a mio padre: con una siringa iniettarono due dita d’arsenico nel tetrapack col latte scremato di cui tanto era ghiotto il mio sfortunato genitore che, altrimenti, di morire proprio non ne avrebbe mai voluto sapere.
Appena arrivato qui mi resi conto che anche qui alla gente non bastano le discariche regolamentate, dove per abbandonare un frigorifero o un televisore, o qualche sacco d’inerti da cantiere bisogna pagare una tassa, e di infilarci dentro qualche bidone di olio lubrificante non se ne parla nemmeno.
Ci vogliono quelle libere, quelle dove ci si può lasciare di tutto senza dare giustificazioni a nessuno.
quella che gestisce il sottoscritto, Turiddu, figlio di Gaetano, ultimo esponente di una famiglia che ‘a munnizza l’ha sempre tenuta nel sangue, anzi, int’u diennea, come dicono oggi.
Se volete venire a trovarmi io ci sono quasi sempre insieme ai miei cani, due rottwailer e tre pitbull, che fanno a gara ogni giorno a chi tocca di essere più incazzato: cercate una baracca tirata su in uno spiazzo sterrato alla periferia sud, lungo via Parma, al terzo chilometro, subito dopo il vecchio dazio.
E se trovaste qualche difficoltà a trovarmi, non vi preoccupate: mettete il naso fuori dal finestrino e annusate bene: vi guiderà la puzza.

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